mercoledì 2 gennaio 2013

Dieci anni senza il Signor G



Il primo gennaio del 2003, nella sua casa in Versilia, moriva Giorgio Gaber.
E' impossibile trovare parole per descrivere questo immenso vuoto per tale motivo mi limito a pubblicare il testo di una sua canzone, naturalmente scritta con il sodale Luporini, permettendomi di evidenziare, in grassetto, alcune frasi che mi hanno sempre colpito e sulle quali dovremmo riflettere con molta attenzione, soprattutto in questi nostri tempi difficili.
Ciao Giorgio e grazie di tutto.

Una nuova coscienza

di Gaber - Luporini

 
Io come uomo
io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo
che tocca il fondo
ma forse al peggio non c'è mai una fine.
Nel frattempo la vita non si arrende
e la gente si dà un gran da fare
tanti impegni tante storie
con l'inutile idea di colmare
la mancanza
di una nuova coscienza
di una vera coscienza.

[parlato] È come se dovessimo riempire un vuoto profondo. E allora ci mettiamo dentro: rimasugli di cattolicesimo, pezzetti di sociale, brandelli di antichi ideali, un po' di antirazzismo, e qualche alberello qua e là.

La decadenza
che viviamo
è un malessere
che ci prende pian piano.
È una specie di assenza
che prevede una sosta obbligata
è la vita che medita
ma si è come assopita.
Siamo vivi
malgrado la nostra apparenza
come uomini al minimo storico di coscienza.

[parlato] È come se la vecchia morale non ci bastasse più. In compenso se ne sta diffondendo una nuova che consiste nel prendere in considerazione più che altro i doveri degli altri... verso di noi. Sembrerà strano ma sta diventando fortemente morale tutto ciò che ci conviene.
Praticamente un affare.

La decadenza
che subiamo
è uno scivolo
che va giù piano piano.
È una nuova esperienza
che ti toglie qualsiasi entusiasmo
e alla lunga modifica il tuo metabolismo.

Siam lì fermi malgrado la grave emergenza
come uomini al minimo storico di coscienza.

[parlato] E pensare che basterebbe pochissimo. Basterebbe spostare a stacco la nostra angolazione visiva. Guardare le cose come fosse la prima volta. Lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza. Dubitare delle risposte già pronte. Dubitare dei nostri pensieri fermi, sicuri, inamovibili. Dubitare delle nostre convinzioni presuntuose e saccenti. Basterebbe smettere di sentirsi sempre delle brave persone. Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri, dei figli. Smascherare, smascherare tutto: smascherare l’amore, il riso, il pianto, il cuore, il cervello. Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito. Qui e ora.
Sì, basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile. Basterebbe smettere di piagnucolare, criticare, fare il tifo e leggere i giornali. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre può diventare geniale se guarda il mondo con i suoi occhi. Basterebbe smascherare qualsiasi falsa partecipazione. Smettere di credere che l’unico obiettivo sia il miglioramento delle nostre condizioni economiche perché la vera posta in gioco... è la nostra vita. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del lavoro, del destino e persino del potere, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza naturale della stupidità degli uomini. Basterebbe rifiutare, rifiutare la libertà di calpestare gli altri, ma anche la finta uguaglianza. Smascherare la nostra bontà isterica. Smascherare la nostra falsa coscienza sociale.
Subito. Qui e ora.
Basterebbe pochissimo. Basterebbe capire che un uomo non può essere veramente vitale se non si sente parte di qualcosa. Basterebbe abbandonare il nostro smisurato bisogno di affermazione, abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l’audacia di frequentare il futuro con gioia.
Perché la spinta utopistica non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria e non si cura di dolorose attese.
La spinta utopistica è subito. Qui e ora.

Io come uomo
io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo
che tocca il fondo
ma forse al peggio non c'è mai una fine.
Perché non c'è nessuno che dia un senso
alle cose più semplici e vere
alla vita di ogni giorno
all'urgenza di un uomo migliore.

Io vedo un uomo
solo e smarrito
come accecato da false paure.
Ma la vita non muore
per le bombe
per la plastica o le acque del mare
e le ansie un po' inventate
son pretesti per non affrontare
la mancanza di una vera coscienza
che è la sola ragione
della fine di qualsiasi civiltà
.


mercoledì 28 novembre 2012

Dire no...dire sì

Leggendo il libro "Antropologia filosofica" della professoressa Pansera mi è tornato alla mente il post "Mezzo pieno...mezzo vuoto" pubblicato il 12/12/2011 al quale si potrebbe tentare di dare un nuovo tono e una nuova coloritura.
L'antropologia filosofica moderna nasce, come disciplina, nella prima metà del XX secolo e prende le mosse dall'esigenza di cogliere e pensare l'essere umano nella sua interezza cercando di creare un ponte fra filosofia e scienza che consenta di riallacciare un dialogo che, allora come adesso, sembra difficoltoso se non addirittura impossibile.
Questa esigenza è fortemente sentita perchè, come scrive Max Scheller, padre fondatore di tale disciplina insieme a Helmuth Plessner e Arnold Gehlen, "noi siamo la prima epoca in cui l'uomo è divenuto completamente e interamente problematico per se stesso; in cui egli non sa più che cosa è, ma nello stesso tempo sa anche che non lo sa". [1]
L'aspetto peculiare dell'uomo, nel pensiero di Scheller, è la possibilità di "dire no", di trascendere la realtà data.
Scrive infatti: "paragonato all'animale che dice sempre sì alla realtà effettiva, anche quando l'abborrisce e fugge, l'uomo è colui che sa dir di no, l'asceta della vita, l'eterno protestante contro quanto è solo realtà (...) l'uomo è l'eterno Faust, la bestia cupidissima rerun novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere ora-qui-così, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante" [1]
Partendo da questa capacità di "dire di no", dalla capacità di negare e superare le costrizioni biologiche, Plessner distingue l'uomo dagli altri esseri per la sua posizione "eccentrica".
Mentre l'animale vive al "centro" del proprio ambiente naturale l'uomo, attraverso l'autoriflessione e l'autocoscienza, è in grado di trascendere il centro biologico e di acquisire una "posizione eccentrica".
"Per l'uomo trovarsi in una posizione eccentrica vuol dire decentrarsi (...) solo distanziandosi da sè, ponendosi - come dice Plessner - alle proprie spalle, l'uomo può vedere se stesso e la propria posizione nel mondo, quel centro provvisorio che occupa e da cui poi, in quanto essere eccentrico, si decentra." [2]
Pertanto " è tipico della natura umana non poter vivere nell'immediatezza di una natura già data, ma solo nella mediazione che trasforma la natura in cultura: l'uomo è essenzialmente un essere culturale". [2]
Per Gehlen il "dire no", "l'eccentricità" nascono dalla peculiare carenza che contraddistingue l'uomo dovuta ad una dotazione organico-istintuale primitiva incompiuta e non specializzata.
Per tale motivo, a differenza dell'animale che ha un ambiente, l'uomo ha il mondo.
La sua carenza, non permettendo un immediato adattamento all'ambiente, lo induce, attraverso l'azione, alla continua creazione di un mondo adatto alla sua esistenza.
"Egli vive , per così dire, in una natura artificialmente disintossicata, manufatta e da lui modificata in senso favorevole alla vita. Si può dire che egli è biologicamente condannato al dominio della natura." (Gehlen) [1]
La capacità di azione e di intervento sono rese possibili da quello che Gehlen definisce "principio di esonero" che si sostanzia in quel meccanismo che permette all'uomo, attraverso schemi di comportamento, di esonerarsi dagli oneri e dalle continue risposte agli stimoli ambientali e alle pulsioni interne.
Il ricco pensiero di Scheller, Plessner e Gehlen, che in questo post ho estremamente sintetizzato, ci rilascia un'immagine dell'uomo che permette, a mio parere, di definire la nostra attuale posizione eccentrica e al contempo di evidenziare l'estremo lavorio che continuamente noi tutti facciamo per costruire un mondo che permetta la nostra esistenza.
Ma, allo stesso tempo, questo pensiero, portato agli estremi fino all'essere "condannati al dominio della natura" di Gehlen, può continuare a perpetrare un antropocentrismo tipico del pensiero dell'uomo sull'uomo che finisce per mascherare quella hybris (tracotanza) e quell'incapacità di percepire e definire un limite e di rendere la nostra azione manipolatrice armoniosa all'ambiente.
Forse è per tale motivo che al "dire di no" di Scheller, istintivamente, mi è venuto di contrapporre il "dire sì" di Nietzsche.
Quel "dire sì alla vita" che si sostanzia nella ripresa dell'amor fati che Nietzsche descrive come l'atteggiamento proprio del super-uomo che accetta entusiasticamente, fino a desiderarlo, il carattere casuale e arbitrario degli eventi che compongono la vita invitando, nello Zarathustra, gli uomini a "tornare alla terra".
Naturalmente il pensiero di Nietzsche risulta estremo e a tratti incomprensibile per tutti noi abituati come siamo a vivere ricercando e creando continuamente, con il nostro agire e pensare, un ordine che ci dia sicurezza, ma, seppur estremo, ci evidenzia un tratto umano che persite in tutti noi e che spesso è surclassato da un discorso sull'uomo teso a mascherarlo e nasconderlo.
La rappresentazione "marmorea" dell'uomo occidentale del novecento si sta frantumando in mille pezzi che raccolgono altrettante istanze spesso violentate da quelle funzioni e ruoli che ci siamo autoimposti.
Forse è per tale motivo che, in questi nostri tempi di crisi, si affianca e si mescola all'homo sapiens, all'homo faber e all'homo oeconomicus nuovamente l'homo dionysiacus che uno sguardo ben attento può cogliere nell'attenzione all'ambiente, in una nuova ricerca di un piacere estetico, di un nuovo contatto con la natura, in un ritorno ad un bisogno "epidermico" dell'Altro. (tutti temi trattati da anni da Michel Maffesoli)
Queste istanze contrapposte, che non si sciolgono in una nuova sintesi, sembrano tenersi in vita l'un l'altra evidenziando una figura di un "uomo-contraddittoriale" o "homo complexus".
D'altronde la stessa eccentricità di Plessner può essere interpretata come una frattura insanabile e, permettendomi l'ardire, come una immagine nitida dell'uomo-contraddittoriale.
Infatti, per Plessner, l'uomo "vive al di qua e al di là della frattura, come psiche e come corpo e come unità neutrale psicofisica di queste due sfere. L'unità, però, non copre il doppio aspetto, non lo lascia emergere da sè, non è essa il terzo che concilia l'opposizione, che guida oltre le sfere opposte, non forma nessuna sfera autonoma. Essa è la rottura, lo iato, il vuoto passaggio della mediazione, che per il vivente stesso equivale all'assoluto doppio carattere e al doppio aspetto di corpo e psiche, nel quale esso vive." [1]
Edgar Morin, invece, attraverso il suo sterminato e straordinario lavoro di anni, ci invita a pensare la nostra irriducubile complessità.
"L'umano è un essere nel contempo pienamente biologico e pienamente culturale, che porta in sè questa unidualità originaria. E' un super e un ipervivente: ha sviluppato in modo inaudito le potenzialità della vita..
(...) Il XXI secolo dovrà abbandonare la visione unilaterale che definisce l'essere umano a partire dalla razionalità (homo sapiens), dalla tecnica (homo faber), dalle attività utilitaristiche (homo oeconomicus), dagli obblighi della vita quotidiana (homo prosaicus). L'essere umano è complesso e porta in sè in modo bipolarizzato i caratteri antagonisti:

sapiens e demens (razionale e delirante)
faber e ludens (lavoratore e giocatore)
empiricus e imaginarius (empirico e immaginario)
oeconomicus e consumans (economico e dilapidatore)
prosaicus e poeticus (prosaico e poetico) [3]

Concludendo, parafrasando Nietzsche che definiva l'uomo come "un cavo teso fra l'animale e il super-uomo", direi che l'uomo danza, a volte goffamente a volte in maniera sublime, su questo cavo teso, sospeso su quella frattura insanabile di cui parlava Plessner, ancorato ai due estremi ad un "dire no" e ad un "dire sì" o, se preferite, ad un "mezzo pieno" e un "mezzo vuoto".



[1] Estratti di Scheller, Plessner e Gehlen tratti da Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[2] Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[3] I sette saperi necessari all'educazione del futuro - Edgar Morin - Ed. Cortina Raffaello


mercoledì 5 settembre 2012

La tecnica...ti mette le ali!!!!!!



"Dopo l'azione esercitata con la tecnica sulla natura,
l'uomo si trova a dover subire la reazione del
procedimento tecnico sulla propria esistenza,
che viene inevitabilmente modificata"

Karl Jaspers

"Con il termine tecnica intendiamo sia l'universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l'apparato tecnico, sia la razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. (...) A differenza dell'animale, che vive nel mondo stabilizzato dell'istinto, l'uomo, per la carenza della sua dotazione istintuale, può vivere solo grazie alla sua azione, che da subito approda a quelle procedure tecniche che ritagliano, nell'enigma del mondo, un mondo per l'uomo. (...) Eppure in questo edificare lavora nascosta una tendenza appena percettibile, ma decisiva. L'uomo, cioè, si adattava alla legge della natura, che continuava a dichiarare immutabile, modificando continuamente l'assetto della natura per adattarla a sé.
(...) Nell'universo delle azioni possibili, la tecnica inaugura quell'agire in conformità ad uno scopo in cui è riconoscibile il tratto tipico della razionalità (...) accade, però, che l'ordine degli stumenti condiziona la scelta dei fini, rigidamente vincolata dalla quantità e qualità dei mezzi a disposizione, con la conseguenza che il perseguimento dei mezzi, senza di cui nessun fine è raggiungibile, diventa il primo fine, per il persegiumento del quale tutti gli altri fini vengono subordinati e , se necessario, sacrificati.
(...) E' questo il modo in cui la tecnica da mezzo si capovolge in fine e, autonomizzandosi dai bisogni, dai desideri e dai motivi che sono alla base dell'azione umana, si pone come il primo bisogno, il primo desiderio e il primo motivo orientante l'azione umana. 
(...) Dire questo significa dire che la tecnica, nella sua espressione moderna, diventa quell'orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi d'esperienza. Non più l'esperienza che, reiterata, mette capo alla procedura tecnica, ma la tecnica come condizione che decide il modo di fare esperienza.
(...) Per questo diciamo che nella disposizione del mondo e non nella strumentalità va individuata l'essenza della tecnica. E questo significa che la tecnica, nella sua accezione moderna, non è una scienza applicata, ma orizzonte all'interno del quale anche la scienza pura trova la condizione e la destinazione del suo indagare" [1] (U. Galimberti)
Se queste parole possono sembrarvi eccessive, astruse o la solita fantasticheria astratta del filosofo di turno, basta qualche piccolo esempio della nostra vita quotidiana, per comprendere, a mio parere, la portata concreta e lucidamente profonda del pensiero di Galimberti.
Qualche sera fa mia moglie ed io eravamo distesi sul letto e guardavamo la tv quando, improvvisamente, mancò l'energia elettrica per una decina di minuti.
A parte la solita scena tragicomica di camminare a tentoni per casa in cerca di una candela, quando mi ridistesi sul letto, guardandomi intorno, mi resi conto che tutto era come se si fosse fermato.
Vedere spenti tutti i vari marchingegni, che avvolgono il nostro quotidiano, mi provocò, prepotente, la sensazione che il mio stesso "essere" fosse poca cosa, quasi un nulla.
Quasi mi sembrò di non esistere.
In fondo l'energia elettrica è rappresentabile da noi solo come un eterno flusso, un eterno movimento e la sua mancanza sembrò creare una inimmaginabile fissità che è l'antitesi di ciò che sentiamo scorrere, dentro noi e fuori di noi, che siamo soliti chiamare Vita.
Altro esempio, che sicuramente è condivisibile con le tante persone che come me fanno un lavoro impiegatizio, è quando ti rechi in ufficio e, per un guasto qualunque, non funzionano i computer.
Improvviso smarrimento!!! Ti guardi intorno e vedi le facce atterrite dei tuoi colleghi.
Certo, come sempre capita in un ufficio, si potrebbero sistemare le tonnellate di carte che si accumulano quotidianamente, ma tutto ciò è un palliativo.
La verità è che, con i computer che non funzionano, improvvisamente svanisce anche il tuo "lavoro" e sembra non avere senso il tuo essere lì.
Il "lavoro" che tutti noi facciamo, cerchiamo, sogniamo, vogliamo, desideriamo e del quale abbiamo sancito la sua superiorità nell'aricolo 1 della nostra Costituzione, se non funziona un computer, una macchina, improvvisamente svanisce.
Ma questo svanire nasconde, inoltre, subdolamente, un'altra ovvietà che non consideriamo mai.
Il mezzo che non funziona ci  fa rendere conto che, nel capovolgimento di cui scrive Galimberti, il fine ultimo del nosto "lavorare" è far sì che lo stesso mezzo funzioni divenendo noi stessi lo strumento e la macchina il  fine.
Illuminante sintesi, al riguardo, è l'ultima pubblicità della Redbull.
Nell'ultima animazione creata dai pubblicitari si vede tutta l'evoluzione che da un ammasso di cellule, passando per una creatura marina che diventa una creatura terrestre, porta all'uomo (che naturalmente beve la Redbull e....mette le ali!!!).
Nel passaggio, però, fra la scimmia e l'uomo, fateci caso, l'animale raccoglie un ramo da terra e diventa un uomo con la clava.
L'evoluzione dalla scimmia all'uomo avviene nel momento in cui l'animale raccoglie quel ramo e nel suo rapportarsi allo strumento diventa un uomo, che non è rappresentato tutto nudo con la sua bella fogliolina di fico, ma già con una clava (strumento) fra le mani.
L'uomo è già nel suo presentarsi al mondo un essere-tecnico ed è questa la sua essenza.
Quindi più che dire che l'uomo accende il televisore, usa il computer, vola con l'aereo, prende il farmaco, guida l'auto dovremmo pensare e pensarci, mi spingo a dire, come uomo-televisore, uomo-computer, uomo-aereo, uomo-farmaco, uomo-auto.
So bene che tutto questo vi sembrerà eccessivo, abituati come siamo a sentirci soggetti che hanno di contro oggetti, ma la realtà è che questa dualità si fonde in un unico orizzonte che inevitabilmente ci avvolge e ci forma.
Un orizzonte che possiamo definire anche paradigma, Letto di Procuste (v. post del 14/09/2011 ), ovvio, ma che ha un suo limite non oltrepassabile.
Limite che non sappiamo misurare, quantificare ma che persiste e, della cui presenza, sembra che l'uomo moderno abbia dimenticato totalmente la sua esistenza.
Abbiamo dimenticato che Prometeo, che aveva donato la tecnica e il fuoco agli uomini, viene incatenato ad una roccia del Caucaso per l'eternità.
Ma quelle stesse catene non sono solo il tragico supplizio imposto a Prometeo da un Dio malvagio e invidioso (Zeus) ma insite in esse vi è il limite ultimo a quella libertà che la tecnica sembra concedere agli uomini.
La limitazione di strumenti e mezzi nelle epoche antiche, quindi, più che da imputare ad una fase ancora acerba dell'evoluzione umana, come siamo soliti pensarla rinchiusi nel nostro paradigma del Progresso, forse è da imputare ad un riconoscimento del limite rappresentato in miti, tragedie e riti.
Scrive, infatti, Giorgio Colli:
"Agli scienziati moderni non è ancora venuto in mente ciò che era ovvio agli antichi: che bisogna tacere le conoscenze destinate ai pochi, che le formule e le formulazioni astratte pericolose, capaci di sviluppi fatali, nefaste nelle loro applicazioni, devono essere valutate in anticipo e in tutta la loro portata da chi le ha ritrovate, e di conseguenza devono essere gelosamente nascoste, sottratte alla pubblicità. La scienza greca non raggiunse un grande sviluppo tecnologico perchè non volle raggiungerlo" [2]
D'altronde, come ci avvertiva già Aristotele, chi non conosce il suo limite tema il destino.


P.s. se avete trovato questo post pesante e deprimente beveteci sù una bella Redbull che...vi mette le ali!!!

[1] Psiche e techne l'uomo nell'età della tecnica - Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli
[2] Dopo Nietzsche - Giorgio Colli - Ed. Adelphi


mercoledì 15 agosto 2012

L'animale

"L'uomo chiese una volta all'animale: perchè non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L'animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire - ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicchè l'uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena"

                                                                                                       Friedrich Nietzsche [1]




"Ma l'animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l'animale che mi porto dentro vuole te"

                                                                                                       Franco Battiato [2]




[1] Considerazioni inattuali -  Friedrich Nietzsche - tratto da "Psiche e Techne - l'uomo nell'età della tecnica"
     Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli
[2] L'animale - Mondi lontanissimi - Franco Battiato

lunedì 16 luglio 2012

Physis kryptesthai philei


Nella prefazione della Critica della ragion pura Kant fa un elogio della scienza moderna che consiste nel fatto che essa ha imparato che bisogna interrogare la natura non come uno scolaretto interroga la maestra, cioè credendo alla cose che gli vengono dette, ma come un giudice che interroga l'imputato, cioè avendo "noi" le nostre domande da porre, avendo "noi" il nostro sistema razionale e mettendolo "noi" alla prova negli esperimenti che vengono dati.
L'intento di Kant è di riuscire a fare in filosofia quello che la rivoluzione copernicana ha significato per la scienza e per tale motivo egli muove la sua indagine non chiedendosi, come si era sempre fatto, come sono fatte le cose in sè stesse ma come devono essere fatte per venire conosciute da noi.
Invece di partire dal mondo bisogna partire dall' "Io che contempla il mondo".
Cento anni prima della stesura della Critica, Newton dava alle stampe Philosophiae Naturalis Principia Mathematica che sarà considerato da molti come la nascita della fisica moderna nel quale l'immenso scienziato britannico trattava in modo sistematico la meccanica attraverso la geometria e la matematica dimostrando, in modo illuminante, quello che asseriva Galileo: "La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto".
Queste tappe, che ho ricordato, dell'immenso cammino fatto dall'uomo per conoscere il mondo e se stesso, sottendono però un movimento che, nello scorrere dei secoli, si è fatto sempre più equivoco e pericoloso.
L'essere umano è diventato un soggetto che ha di contro oggetti, per poter comprendere e domare si è distaccato sempre più dalla natura che è diventata un agglomerato immenso di enti che l'uomo interroga "come un giudice" usando il linguaggio matematico.
Lo straordinario sviluppo e benessere che si sono creati hanno finito per mascherare una Hýbris (tracotanza, eccesso) che la tecnica esercita nelle nostre vite finendo per far coincidere il bene, il giusto con la soddisfazione di un bisogno, di un desiderio, di un'aspettativa.
Eppure, ad inizio dello scorso secolo, proprio nelle scienze si sono avuti smottamenti tali che avrebbero dovuto ridisegnare totalmente la traiettoria umana.
Il principio di indeterminazione di Heisenberg ne è un esempio.
"Se (...) per vedere una particella subatomica occorre illuminarla, e l'illuminazione, cozzando contro la particella, la devia, ciò che si vede non è la posizione della particella, ma la collisione che ne deriva e che non consente di stabilire la posizione della particella prima della collisione del raggio luminoso richiesto per osservarla. In questo modo, la posizione della particella è un inosservabile, perchè osservabile è la collisione della particella con le condizioni dell'osservabilità. A questo punto non si potrà mai dire se le leggi che si stabiliscono per gli osservabili valgono anche per gli inosservabili,e, in generale, se la natura, provocata o chiamata alla presenza dalle tecniche di osservazione, è la natura che si trattiene nel nascondimento dell'inosservabilità."  [1] (U. Galimberti)
In un colpo solo la tracotanza dell'uomo viene definitivamente dissolta.
Le domande, che come giudici, poniamo alla natura, attraverso la tecnica e usando il linguaggio matematico, non faranno altro che stimolare risposte a quel tipo e modo determinato di domanda e null'altro e anche se questo può essere utilizzato in un nuova tecnica per soddisfare un bisogno umano non ci svincolerà dall'obbligo principale che l'uomo ha nei confronti dei suoi simili e del mondo: la responsabilità dell'uso.
A questo punto la netta divisione fra osservatore e osservato non può più essere mantenuta e "col dissolvimento dell'oggettività uomo e natura non si fronteggiano come soggetto e oggetto, ma le possibilità della conoscenza e il senso della natura sono custoditi e condizionati dalla modalità del reciproco disporsi." [1]
Tutto ciò avrebbe dovuto portare a quella rivoluzione che Kant voleva fosse la sua filosofia ma così non è stato.
Siamo ancora imbrigliati in una "gabbia di acciaio", la tecnica sembra saper facogitare e mascherare qualsiasi nuovo modo di porsi dell'uomo nei confronti del mondo e di se stesso.
Bisognerà ancora attendere, in fondo i tempi dei cambiamenti di paradigmi si contano in secoli e millenni quindi anche se sembra passato tanto tempo dalle rivoluzioni di inizio secolo scorso forse siamo solo all'inizio di una nuova era per l'uomo.
Un nuovo tempo che quando arriverà (se arriverà) non farà altro che ricordarsi che, come ammoniva Eraclito:
"La natura ama nascondersi" (Physis kryptesthai philei).




[1] Umberto Galimberti - Il tramonto dell'Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers - Ed. Feltrinelli