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mercoledì 28 novembre 2012

Dire no...dire sì

Leggendo il libro "Antropologia filosofica" della professoressa Pansera mi è tornato alla mente il post "Mezzo pieno...mezzo vuoto" pubblicato il 12/12/2011 al quale si potrebbe tentare di dare un nuovo tono e una nuova coloritura.
L'antropologia filosofica moderna nasce, come disciplina, nella prima metà del XX secolo e prende le mosse dall'esigenza di cogliere e pensare l'essere umano nella sua interezza cercando di creare un ponte fra filosofia e scienza che consenta di riallacciare un dialogo che, allora come adesso, sembra difficoltoso se non addirittura impossibile.
Questa esigenza è fortemente sentita perchè, come scrive Max Scheller, padre fondatore di tale disciplina insieme a Helmuth Plessner e Arnold Gehlen, "noi siamo la prima epoca in cui l'uomo è divenuto completamente e interamente problematico per se stesso; in cui egli non sa più che cosa è, ma nello stesso tempo sa anche che non lo sa". [1]
L'aspetto peculiare dell'uomo, nel pensiero di Scheller, è la possibilità di "dire no", di trascendere la realtà data.
Scrive infatti: "paragonato all'animale che dice sempre sì alla realtà effettiva, anche quando l'abborrisce e fugge, l'uomo è colui che sa dir di no, l'asceta della vita, l'eterno protestante contro quanto è solo realtà (...) l'uomo è l'eterno Faust, la bestia cupidissima rerun novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere ora-qui-così, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante" [1]
Partendo da questa capacità di "dire di no", dalla capacità di negare e superare le costrizioni biologiche, Plessner distingue l'uomo dagli altri esseri per la sua posizione "eccentrica".
Mentre l'animale vive al "centro" del proprio ambiente naturale l'uomo, attraverso l'autoriflessione e l'autocoscienza, è in grado di trascendere il centro biologico e di acquisire una "posizione eccentrica".
"Per l'uomo trovarsi in una posizione eccentrica vuol dire decentrarsi (...) solo distanziandosi da sè, ponendosi - come dice Plessner - alle proprie spalle, l'uomo può vedere se stesso e la propria posizione nel mondo, quel centro provvisorio che occupa e da cui poi, in quanto essere eccentrico, si decentra." [2]
Pertanto " è tipico della natura umana non poter vivere nell'immediatezza di una natura già data, ma solo nella mediazione che trasforma la natura in cultura: l'uomo è essenzialmente un essere culturale". [2]
Per Gehlen il "dire no", "l'eccentricità" nascono dalla peculiare carenza che contraddistingue l'uomo dovuta ad una dotazione organico-istintuale primitiva incompiuta e non specializzata.
Per tale motivo, a differenza dell'animale che ha un ambiente, l'uomo ha il mondo.
La sua carenza, non permettendo un immediato adattamento all'ambiente, lo induce, attraverso l'azione, alla continua creazione di un mondo adatto alla sua esistenza.
"Egli vive , per così dire, in una natura artificialmente disintossicata, manufatta e da lui modificata in senso favorevole alla vita. Si può dire che egli è biologicamente condannato al dominio della natura." (Gehlen) [1]
La capacità di azione e di intervento sono rese possibili da quello che Gehlen definisce "principio di esonero" che si sostanzia in quel meccanismo che permette all'uomo, attraverso schemi di comportamento, di esonerarsi dagli oneri e dalle continue risposte agli stimoli ambientali e alle pulsioni interne.
Il ricco pensiero di Scheller, Plessner e Gehlen, che in questo post ho estremamente sintetizzato, ci rilascia un'immagine dell'uomo che permette, a mio parere, di definire la nostra attuale posizione eccentrica e al contempo di evidenziare l'estremo lavorio che continuamente noi tutti facciamo per costruire un mondo che permetta la nostra esistenza.
Ma, allo stesso tempo, questo pensiero, portato agli estremi fino all'essere "condannati al dominio della natura" di Gehlen, può continuare a perpetrare un antropocentrismo tipico del pensiero dell'uomo sull'uomo che finisce per mascherare quella hybris (tracotanza) e quell'incapacità di percepire e definire un limite e di rendere la nostra azione manipolatrice armoniosa all'ambiente.
Forse è per tale motivo che al "dire di no" di Scheller, istintivamente, mi è venuto di contrapporre il "dire sì" di Nietzsche.
Quel "dire sì alla vita" che si sostanzia nella ripresa dell'amor fati che Nietzsche descrive come l'atteggiamento proprio del super-uomo che accetta entusiasticamente, fino a desiderarlo, il carattere casuale e arbitrario degli eventi che compongono la vita invitando, nello Zarathustra, gli uomini a "tornare alla terra".
Naturalmente il pensiero di Nietzsche risulta estremo e a tratti incomprensibile per tutti noi abituati come siamo a vivere ricercando e creando continuamente, con il nostro agire e pensare, un ordine che ci dia sicurezza, ma, seppur estremo, ci evidenzia un tratto umano che persite in tutti noi e che spesso è surclassato da un discorso sull'uomo teso a mascherarlo e nasconderlo.
La rappresentazione "marmorea" dell'uomo occidentale del novecento si sta frantumando in mille pezzi che raccolgono altrettante istanze spesso violentate da quelle funzioni e ruoli che ci siamo autoimposti.
Forse è per tale motivo che, in questi nostri tempi di crisi, si affianca e si mescola all'homo sapiens, all'homo faber e all'homo oeconomicus nuovamente l'homo dionysiacus che uno sguardo ben attento può cogliere nell'attenzione all'ambiente, in una nuova ricerca di un piacere estetico, di un nuovo contatto con la natura, in un ritorno ad un bisogno "epidermico" dell'Altro. (tutti temi trattati da anni da Michel Maffesoli)
Queste istanze contrapposte, che non si sciolgono in una nuova sintesi, sembrano tenersi in vita l'un l'altra evidenziando una figura di un "uomo-contraddittoriale" o "homo complexus".
D'altronde la stessa eccentricità di Plessner può essere interpretata come una frattura insanabile e, permettendomi l'ardire, come una immagine nitida dell'uomo-contraddittoriale.
Infatti, per Plessner, l'uomo "vive al di qua e al di là della frattura, come psiche e come corpo e come unità neutrale psicofisica di queste due sfere. L'unità, però, non copre il doppio aspetto, non lo lascia emergere da sè, non è essa il terzo che concilia l'opposizione, che guida oltre le sfere opposte, non forma nessuna sfera autonoma. Essa è la rottura, lo iato, il vuoto passaggio della mediazione, che per il vivente stesso equivale all'assoluto doppio carattere e al doppio aspetto di corpo e psiche, nel quale esso vive." [1]
Edgar Morin, invece, attraverso il suo sterminato e straordinario lavoro di anni, ci invita a pensare la nostra irriducubile complessità.
"L'umano è un essere nel contempo pienamente biologico e pienamente culturale, che porta in sè questa unidualità originaria. E' un super e un ipervivente: ha sviluppato in modo inaudito le potenzialità della vita..
(...) Il XXI secolo dovrà abbandonare la visione unilaterale che definisce l'essere umano a partire dalla razionalità (homo sapiens), dalla tecnica (homo faber), dalle attività utilitaristiche (homo oeconomicus), dagli obblighi della vita quotidiana (homo prosaicus). L'essere umano è complesso e porta in sè in modo bipolarizzato i caratteri antagonisti:

sapiens e demens (razionale e delirante)
faber e ludens (lavoratore e giocatore)
empiricus e imaginarius (empirico e immaginario)
oeconomicus e consumans (economico e dilapidatore)
prosaicus e poeticus (prosaico e poetico) [3]

Concludendo, parafrasando Nietzsche che definiva l'uomo come "un cavo teso fra l'animale e il super-uomo", direi che l'uomo danza, a volte goffamente a volte in maniera sublime, su questo cavo teso, sospeso su quella frattura insanabile di cui parlava Plessner, ancorato ai due estremi ad un "dire no" e ad un "dire sì" o, se preferite, ad un "mezzo pieno" e un "mezzo vuoto".



[1] Estratti di Scheller, Plessner e Gehlen tratti da Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[2] Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[3] I sette saperi necessari all'educazione del futuro - Edgar Morin - Ed. Cortina Raffaello


domenica 13 maggio 2012

Il pensiero del ventre

  Imputato,
  il dito più lungo della tua mano è il medio,
  quello della mia è l'indice,
  eppure anche tu hai giudicato.
  Hai assolto e
  hai condannato al di sopra di me,
  ma al di sopra di me,
                                              per quello che hai fatto,
                                              per come lo hai rinnovato,
                                              il potere ti è grato.
                                                                           (Fabrizio De Andrè)

                                             Bisogna avere un caos dentro di sè
                                             per generare una stella danzante.
                                                                            (Friedrich Nietzsche)


Il post di oggi nasce da un profondo senso di sconforto, di frustrazione, di offesa e per tale motivo troverete in esso un vortice di immagini, sensazioni, emozioni a cui, volutamente, non ho dato forma lasciandolo scorrere libero fra queste poche righe.
Per l'ennesima volta l'Anarchia viene associata alla violenza, ad una "pistola fumante", ad una lista di carnefici da punire.
A differenza di alcune storie passate, quando gli anarchici venivano tirati in ballo dallo stesso Potere per nascondere i tanti regolamenti di conti che venivano perpetrati al suo interno a furia di sangue e bombe (strage di Piazza Fontana), questa volta sono gli stessi "sedicenti" anarchici a passare alle vie di fatto.
L'immagine di questi uomini che segretamente, nascondendosi e mascherandosi, mettono bombe e commettono omicidi è vecchia ed è altrettando vera.
Ma accanto a questa violenza, all'Anarchia come filosofia etico-politica, alle tante battaglie contro lo sfruttamento degli oppressi, all'endemica contrapposizione allo Stato e al Potere,  vi è un'Anarchia più profonda, più intima che percorre, come un fiume carsico, l'intera storia dell'uomo.
Un'Anarchia che mi porto dentro e che vibra come un pensiero del ventre (M. Maffesoli).
E' un'accettazione della caducità umana, un'accettazione della coincidentia oppositorum.
L'anarchico è colui che sente e vive l'assenza di un principio e di un potere assoluto non combattendo per imporre tale assenza agli altri perchè la sola imposizione sarebbe essa stessa un principio.
L'Anarchia non può essere un potere che combatte un altro potere e per tale motivo l'anarchico è eternamente intrappolato in un doppio vincolo (G. Bateson) non potendo affermare l'assenza di principio con un principio.
L'Anarchia è un utopia che vive nella quotidianità, che immaginando mondi futuri vive un hic et nunc eterno.
Per quante regole sociali, culturali, civili possiamo darci e per quante strutture e forme possiamo osservare o costruire nelle nostre società l'agire quotidiano è intriso di anarchismo.
Un'Anarchia anodina, che si mostra in piccoli gesti, che non si arma per combattere guerre ma naturalmente si accorda ad una socialità ctonica che inconsciamente viviamo.
Vi è nel nostro quotidiano un continuo trasgredire le regole facendo in modo che le stesse esistano e donando loro un energia di rinnovamento.
L'Anarchia è un'epifania del movimento, l'attimo prima o l'istante dopo in cui, seguendo la Lebenphilosophie simmeliana, la Vita crea o abbandona la Forma.
L'anarchico è colui che ha sempre la valigia pronta per seguire la Vita nella sua eterna danza.
E' colui che usa il suo corpo e non quello degli altri, che combatte scegliendo come sola e possibile vittima giustificabile se stesso.
Che non accetta di scaricare un caricatore di proiettili su un altro essere umano perchè sà che nessun principio può assolvere una violenza.
Gambizzare l'a.d. Adinolfi, perchè rappresenterebbe il potere del "nucleare" che opprime il mondo e i deboli, è solo brutale violenza.
La battaglia sul "nucleare" verrà vinta da uomini che immagineranno e vivranno il quotidiano in un altro modo.
Per tale motivo, caro amico anarchico, invece di sparare, quando cala la sera e come tutti noi hai bisogno di luce, non premere l'interruttore della corrente elettrica ma accendi una candela e Adinolfi diverrà una delle tante ombre che danzeranno nella tua stanza alla luce di questa eterna fiamma.
In fondo l'Anarchia non è altro che un eterno fuoco eracliteo.

domenica 12 febbraio 2012

I "perchè" dei bambini

Ascoltando la lezione di Sociologia del prof. D'Andrea sulla Cultura [1], nel parlare di cultura-ambiente quale cultura nella quale nasciamo e in particolare nella quale avvengono i processi di socializzazione primaria, mi è venuta alla mente la tipica scena di quando un bambino ti chiede il perchè di un gesto, di una parola, di un comportamento, di un pensiero.
Noi esseri umani siamo immersi in un "universo culturale che produciamo e riproduciamo continuamente" (A. Touraine).
"Siamo esseri culturali dotati della capacità e della volontà di assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e di attribuirgli un senso" (M. Weber)
Ma la "consapevolezza", di cui parla Weber, si trasfigura drasticamente nel nostro vivere quotidiano e ci ritroviamo in un "ovvio", un "senso comune" che ci avvolge rendendo quasi nulla la parte creativa lasciandoci, soprattutto nella situazione attuale, un senso di condizionamento e di normativo che ci opprime.
D'altronde è complicato renderci conto della "fase creativa" essendo tutto immerso un un circolo dove spinte conservative e innovative si susseguono e si condizionano vicendevolmente in un flusso difficilmente percepibile.
Quella che possiamo definire "cultura oggettiva" assume un "tono di naturalità" (P. Jedlowski) difficilmente scardinabile.
Eppure un momento nel quale, con estrena naturalezza, veniamo spinti in una specie di fortunosa sospensione di questo flusso è proprio quando un bambino ti chiede il "perchè" delle cose.
Quell'ingenua domanda, su cose per noi ovvie e scontate, ci pone in una situazione di imbarazzo dove possiamo scorgere, con stupore, la natura prettamente umana,quindi relativa e mutevole, dei sensi e dei significati di oggetti, atti, parole, regole e valori.
E' inutile nasconderlo, ci sono occasioni nelle quali la situazione può divenire snervante e cerchiamo di chiuderla nel minor tempo possibile in mille modi diversi.
In fondo quel "perchè", a volte ripetuto più volte come una filastrocca, non cerca semplicemente di capire alcune cose ma è come se stesse a rappresentare uno scarto fra un mondo in potenza, rappresentato dal bambino, e il mondo-frammenti dell'adulto.
Quel "perchè" rappresenta una porta che il bambino varca, spinto dalla curiosità, dal bisogno di imitare, per "assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e attribuirgli un senso".
Ma quella stessa porta non viene mai chiusa definitivamente e quindi anche in età adulta, in rari casi, possiamo ritrovarci a varcarla in un movimento a spirale che ci riporta, per un breve istante, in quel mondo in potenza perpetuamente presente anche se difficilmente percepibile nel nostro esistere quotidiano.
Qui vengono a decadere la logica, la razionalità, il principio di causa-effetto, la non contraddizione.
D'altronde, se guardiamo bene gli occhi del bimbo quando accetta una nostra risposta, in essi non vediamo semplicemente un convincimento logico, razionale, ma quasi, mi spingo a dire, un atto di "fede", profondo e semplice allo stesso tempo, nell'altro.
Una "fede", una "fiducia" che permea, come un collante, tutti noi anche in momenti come quello attuale dove tutto sembrerebbe evidenziare solo una conflittualità perpetua e autodistruttiva.
Voglio terminare questo post proponendovi un brevissimo racconto, scritto anni addietro, che intitolai Samuele.
"Quando all'età di quattro anni riprodussi, con i miei bei pastelli, la "Notte stellata" di Van Gogh, i miei genitori rimasero colpiti ed esterefatti.
Mio padre portò quel disegno in ufficio e andò a lavoro, non so per quanto tempo, solo per mostrare a clienti e colleghi l'opera d'arte del suo piccolo Samuele.
I miei pensarono che sarei diventato un'artista, un grand pittore.
Per loro sicuramente in me covava il genio dell'arte e per giorni e mesi mi spiarono ogni volta che con i miei pastelli scarabbochiavo sui fogli.
Rimasero, però, molto delusi dal vedere le mie belle casette dal tetto squadrato, le belle nuvolette, il bel sole con i suoi grandi raggi gialli, i tanti animaletti buffi e i bei fiori.
La mia "Notte stellata" non lasciò mai l'ufficio di mio padre che smise, però, di fare da cicerone nella sua personale galleria d'arte dove in pianta stabile veniva esposta l'unica ed incommensurabile opera del figlio.
Forse tenne con se quel disegno non solo per affetto ma anche perchè gli ricordava la possibilità di un sogno purtroppo svanito.
Ricordando quell'episodio ho sempre pensato che l'animo di un bambino è la cosa più vicina alla Bellezza ed è così pura da saper leggere le emozioni e le sensazioni senza doverle filtrare attraverso gli accadimenti della vita che finiscono per rimpicciolire e ridimensionare l'immensità dell'essere umano.
L'essere artista non è altro che un'immane lotta per ritornare, a volte solo per un attimo, a quello stato primordiale dove tutte le cose hanno un proprio "essere".
Sono sicuro che a quattro anni presi i miei pastelli e riprodussi la "Notte stellata" solo perchè era bello, solo perchè provai il primordiale istinto dell'emozione e della sensazione di Bellezza.
Non ero io un grande artista o diverso dagli altri bambini, ma il pittore ad essere diventato, per un istante eterno, un bambino come me."


[1] Lezione di Sociologia Generale del 22/11/2011 - http://www.sociologica.it/

sabato 14 gennaio 2012

Scalfiture e incrinature

Ernest Hyde

La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva.
In gioventù la mia mente fu come uno specchio
d'un'auto in rapida corsa,
che coglie e subito disperde i tratti del paesaggio.
Poi col tempo
sullo specchio si produssero profonde scalfiture,
tra cui s'insinuava il mondo esterno,
e affiorava il mio io più segreto.
E' questa la nascita dell'anima nel dolore,
una nascita fatta di guadagni e di perdite.
La mente vede il mondo come cosa separata,
e l'anima ne fa un tutt'uno con se stessa.
Uno specchio graffiato non riflette immagini
e questo è il silenzio della saggezza.

(Antologia di Spoon Rever di Edgar Lee Masters)


Ester

I suoi occhi scrutavano la sua anima appesa ad un filo. Entravano dentro di lei sondando le profondità più scure del suo io. Andando giù…sempre più giù.
Quel volto, riflesso nello specchio, le apparteneva. Era la porta del suo essere. Eppure sapeva che una semplice incrinatura dello specchio, non percettibile all’occhio umano, avrebbe distorto il suo cammino, la sua discesa. Sapeva che non era in quel volto riflesso la spiegazione di tutto e sapeva benissimo che quello che cercava era dentro di sè.
Avrebbe dovuto guardare dentro di sè e non attraverso la sua immagine riflessa.

(brano tratto da un mio racconto mai terminato)

Scrissi il capitolo su "Ester", parte di un racconto mai terminato, circa 10 anni fa mentre ho letto, per la prima volta, la poesia di Masters da qualche mese.
E' strano come parole, immagini, sensazioni, simboli, suoni, si ripetano all'infinito accomunando uomini prescindendo da epoche, culture, latitutini e longitudini.
Ci sono istanti in cui Tempo e Spazio sembrano non significare nulla.
Mi è capitato spesso, come credo ad ognuno di voi, di ritrovare fra le pagine di un libro, nel testo di una canzone, nelle parole di un amico, di un estranio, pensieri e sensazioni che sembravano intime e profondamente personali ma che invece, con piccole sfumature diverse, vibrano nella vita di tutti noi.
E' una sensazione strana ma potentissima.
Sembra di essere immersi in una narrazione infinita che ci rende partecipi di un Tutto.
Il tema dello Specchio ( vedi post del 09 agosto 2011) è sempre ritornato costantemente nella mia vita.
Fior di scienziati (psicologi, sociologi, antropologi, filosofi, medici) potrebbero dare mille spiegazioni a questa mia inclinazione ma, come ho anche scritto in altri post, non mi sono mai interessate le risposte alle mille domande della vita ma il cammino e la danza che ti porta e ti fa vibrare fra le sensazioni e le immagini dell'esistere di cui la risposta non è altro che una impercettibile pausa in questo incessante flusso.

sabato 12 novembre 2011

Mezzo pieno....mezzo vuoto


Sembra proprio che non ne possiamo fare a meno.
Ogni qualvolta abbiamo dinanzi, metaforicamente, un bicchiere riempito a metà un impulso ci spinge sempre a vederlo o definirlo mezzo pieno o mezzo vuoto.
Si tratta di un'energia pre-razionale che ci impone sempre una scelta.
Si attiva un istinto che ha bisogno di definire un valore, positivo o negativo, a ciò che vediamo, sentiamo, ad un pensiero, ad un sentimento, ad un oggetto, ad un altro essere umano.
Spero non vi sembri eccessivo ma, in fondo, si tratta, probabilmente, di una delle forme più limpide di istinto di sopravvivenza.
L'uomo è comparso su questo minuscolo pianeta, ai confini del cosmo, circa 7 milioni di anni fà e nel suo mutare, nella sua immane lotta contro la morte per preservare la sua esistenza, ha sviluppato la possibilità di ordinare, gerarchizzare per poter tentare di controllare ciò che per sua natura non può essere controllato (l'incedere della vita).
Ho utilizzato il termine mutare perchè lo preferisco ad evolvere, termine che sicuramente suonerebbe meglio e al quale siamo molto più abituati, ma che, almeno per me, ingloba un senso finalistico che non mi entusiasma.
Naturalmente non sono così presuntuoso da escludere un fine a tutto, ma ritengo che rimarcarlo deformi la percezione che noi abbiamo del mutamento, nel momento in cui  esso si manifesta, e lo sleghi da un tutto al quale è partecipe.
Ritornando al nostro famoso bicchiere c'è anche da ricordare che, a volte, basta spostarsi di pochi chilometri e il mezzo pieno diventa, agli occhi di altri uomini, mezzo vuoto e viceversa.
Inoltre, come ben sappiamo, nelle diverse epoche storiche un valore negativo si è tramutato in positivo a seconda delle culture, dei costumi, delle leggi.
Per finire, ma non di secondaria importanza, sappiamo benissimo, perchè lo proviamo quotidinamente sulla nostra pelle, che un'impressione di mezzo vuoto ci può portare a non vedere l'importanza del mezzo pieno, ricordandoci la nostra endemica fallibilità.
Forse bisognerà aspettare altri mutamenti o ritornare ad uno stato primordiale, splendidamente ipotizzato da Rousseau, per riuscire a vedere il bicchiere contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto.
Questo non risolverà tutti i nostri problemi ma credo che riesca a depennare, dalla lunga lista, qualcuno che da sempre inficia il nostro esistere.

mercoledì 9 novembre 2011

Guernica



Non lo credevamo possibile,
ma ci siamo trovati, nostro malgrado,
a vivere nella Guernica di Picasso.

Gli opposti si dibattono in uno spazio angusto,
luce della ragione e ferocia del Minotauro;
uomini che si trascinano
e donne che alzano le braccia al cielo.

Possiamo scegliere l'istinto
o una luce più ampia,
ma la nostra è una responsabilità da Titani.

Noi siamo un quadro vivente
e dipingiamo il tempo sui muri
con colori invisibili.

Noi dipingiamo per i posteri.

                                                                                   Giorgia Zanotto
                                                                                   (mia moglie)

giovedì 29 settembre 2011

Impressioni di settembre



"E' volato anche settembre!!"
Questa è la frase di esordio che il barista mi ha rivolto mentre aspettavo al banco il solito caffè della mattina.
Da questa frase, nei pochi minuti in cui sono stato lì in sua compagnia, sono partite le solite considerazioni sul tempo che passa e sulla vita che vola.
Eppure dietro a queste solite conversazioni, che sembrano ripetersi all'infinito fra noi uomini, a pensarci bene c'è molto di più.
Noi non gli diamo nessun peso e quel che è peggio non le considerano nemmeno schiere di studiosi, perchè le ritengono quisquilie popolari non degne di studio, ma esse nascondono tutta una serie, allo stesso tempo, di interrogativi e spiegazioni che noi tutti diamo al nostro esistere.
Evitando di inoltrarmi in speculazioni filosofiche o scientifiche, di cui sarei un indegno interprete, ciò che voglio condividere in questo blog è un'impressione, che mi è entrata dentro, riflettendo sul tempo.
Per renderci conto di esso noi non possiamo fare altro che oggettivarlo, misurarlo, fermarlo.
E' impossibile "vivere" in presa diretta il nostro essere nel tempo così solo una festa di compleanno, la fine di una stagione, l'incontro con una persona che non vedevamo da anni, ci fà rendere conto del suo trascorrere.
Inoltre siamo soliti ricordare di un accaduto solo l'inizio, la fine o un suo particolare momento come se tutti gli istanti  che sono trascorsi in esso non avessero legami.
Eppure è proprio l'insieme di questi istanti che si coagula e rende "reale" e "unico" quell'accaduto.
Si ripropone qui, in altra veste, nuovamente "il letto di Procuste" (vedi post del 14/08/11), la riflessione simmeliana su Vita e Forma (v. post del 12/08/11) e l'infinita, e mai risolta, dicotomia tra soggettivo e oggettivo.
Sembra quasi che possiamo dirci contemporaneamente "fuori e dentro il tempo".
Ora vi lascio perchè il "tempo" di questo post è finito...
Ma come può essere "finito" il tempo?
Oh no!!!! Sto ricominciando....
Speriamo che domani il barista mi auguri solo: "Buona giornata!!"

sabato 20 agosto 2011

La mano...."invisibile"

In conclusione del precedente post, scrivendo di Adam Smith, mi è ritornato alla mente un pensiero, che naturalmente come mio solito non avevo appuntato, ma che, fortunatamente, il mio cervello aveva riposto in un cassetto pronto a ritornare in vita al minino accenno.
Inoltre, terminato il post, avevo ripreso la lettura de "La trasfigurazione del politico" di Maffesoli e, qualche pagina dopo il punto in cui l'avevo lasciato in precedenza, anche il sociologo francese faceva riferimento ad Adam Smith.
Si vede che è arrivato proprio il tempo di esternare questo mio folle pensiero.
Vediamo se riesciamo a dargli una forma.
Tutto parte dal contrasto fra l'immagine della "mano invisibile" di Smith e la mano creatrice di Giordano Bruno.
Partiamo da Smith. Il padre dell'economia classica usa l'immagine di "una mano invisibile" per spiegare il mercato e il meccanismo della concorrenza.
Gli uomini e i gruppi sono legati essenzialmente da rapporti di scambio nei quali ognuno persegue il massimo soddisfacimento limitando gli sforzi e i costi ed è appunto il meccanismo del mercato e della concorrenza a permettere la prevalenza, nell'insieme di queste micro-azioni di natura squisitamente egoistica, di un interesse collettivo.
Una "mano invisibile" che opera ed equilibria tutto al di là delle intenzioni dei singoli.
Bruno, invece, riprendendo un concetto già presente nella filosofia presocratica, evidenzia che l'uomo si divverenzia dall'animale non solo per l'ingegno ma anche per opera della mano.
L'immagine della mano in Bruno rappresenta la conquista dell'uomo di rendersi artefice della costruzione del proprio mondo. Si evidenzia così un'immagine forte dell'attività umana, del lavoro, della possibilità dell'uomo di costriure, trasformare il reale per adeguarlo a lui stesso.
Quello che mi ha fatto riflettere su questa dicotomia di immagini è soprattutto il fatto che noi viviamo un epoca nella quale la mano creatrice e materiale di Bruno ha lasciato il posto alla mano invisibile di Smith.
Ad insaputa di Smith la sua "invisibilità" ha invaso, paradossalmente, la nostra realtà.
Facciamo un esempio attualissimo. Noi tutti siamo immersi in una crisi economica gravissima e ogni giorno leggiamo sui quotidiani che "le borse hanno bruciato centinaia di miliari di euro".
Eppure, pensandoci bene, dov'è la mano che accende il fuoco, prende i soldi e li brucia?
Non c'è fumo, non c'è calore, non c'è mano.
Mi si obbietterà che questa è solo una metafora ma purtroppo non è proprio così.
Quella mano invisibile che brucia soldi invisibili in roghi invisibili esiste viste le conseguenze nella nostra vita con aziende che chiudono, la disoccupazione che cresce, i servizi statali che saranno via via rimaneggiati.
Altro esempio.
Io faccio un lavoro impiegatizio e se a fine giornata mi si chiede che cosa ho fatto mi rendo conto che tra le mie mani o dinanzi a me non c'è niente.
Durante la giornata ho scritto numeri e parole al computer, ho attivato procedure informatiche, ho stampato fogli di cata (uniche cose materiali) e sicuramente il mio lavoro determinerà conseguenze nella vita delle persone ma comunque tra le mie mani non c'è niente.
Il frutto del mio lavoro è una "conseguenza".
Noi uomini di questa società postmoderna siamo riusciti nell'impossibile, rendere il notro operato immateriale ed invisibile per goderne i frutti o penare per gli errori con il nostro corpo, con la nostra vita.
Ma la vera domanda è: "quando si tratterà di fermare o controllare quest'"invisibilità" ne saremo veramente capaci?"

martedì 9 agosto 2011

Lo specchio

Qualche anno fà scrissi:
"Il male, quando si specchia, vede nel riflesso un'immagine perfetta che innalza a valore assoluto qualsiasi perversione il suo animo abbia concepito.
Il bene, nello stesso specchio, scopre, improvvisa, la sua fragilità ed ogni piccola ruga, segno indelebile di un antico errore, provocato ma non voluto, si trasforma in un solco dove la sua virtù scopre il dolore."

Da poco tempo ho terminato di leggere il libro del filosofo Giorgio Colli "Dopo Nietzsche" e l'autore, nell'aforisma intitolato "L'altro Dioniso", scrive:
"Guardandosi allo specchio, il dio (Dioniso) vede il mondo come propria immagine....Il rapporto tra Dioniso e il mondo è quello tra la vita divina, indicibile, e il suo riflesso. Quest'ultimo non offre la riproduzione di un volto, ma l'infinita molteplicità delle creature e dei corpi celesti, l'immane trascorrere di figure e colori....Il dio non crea il mondo: il mondo è il dio stesso come apparenza".

Quando ho letto questo aforisma ho ripensato subito al mio scritto.
A prima vista non sembrano esserci assonanze tra i due ma l'immagine dello specchio, attribuita dalla tradizione orfica a Dioniso, li unisce fortemente.
Più volte, anche inconsciamente, mi sono ritrovato nei miei pensieri quest'immagine dello specchio.
Se ci riflettiamo noi non possiamo vederci senza rifletterci in esso.
Nel mondo d'oggi noi ci specchiamo per preparare il nostro corpo e il nostro volto a divenire immagine, quella riflessa nello specchio, apparenza che  prende vita e ci rappresenta.
Ma, come il Dioniso di Colli vede, nello specchiarsi, il mondo come propria immagine noi vediamo il nostro viso, che certamente ci appartiene, ma non noi stessi.
Il riflesso è un'immagine che non riuscirà mai a rappresentarci ma solo ad apparire in un fugace attimo.
Lo specchio è allo stesso tempo simbolo di illusione e conoscenza.