sabato 31 maggio 2014

Il risultato delle elezioni




(Invece di tediarvi con l'ennesima, seppur personale, analisi sul voto del 25 maggio preferisco affidarmi alle sagge parole del filosofo Salvatore Natoli)

"La volontà di credere precede la verità, anzi, per molti versi diventà verità ciò che soddisfa questo bisogno.
Allora ci sono uomini che questa indeterminazione la vivono come sfida e ci sono uomini che questa indeterminazione la vivono come rischio e come paura.
Ci sono uomini che in questa incompletezza diventano creatori e ci sono uomini che in questa incompletezza si sentono alla deriva ed è qui che vengono fuori due antropologie, due modi diversi di stare nel mondo" [1]

[1] Salvatore Natoli - Nietzsche e il cristianesimo - conferenza tenuta alla Casa della Cultura il 1 dicembre 2010 visibile all'indirizzo http://www.arcoiris.tv/scheda/it/14098/

P.s. Un piccolo consiglio. Nell'indeterminatezza di questi tragici momenti, evitiamo di intrappolarci in volgari etichette. Sarà solo il tempo e la storia a decidere chi di noi potrà definirsi, un giorno,  il nuovo creatore.

sabato 24 maggio 2014

Correva l'anno....

Alla vigilia di queste importanti elezioni europee, a mio parere cruciali per tentare di arginare la deriva neoliberista e mercantilista che ha soggiogato il grande sogno di "comunità di popoli" che era alla base del progetto europeo, vorrei riproporvi la lettura di un vecchio post.
A dire il vero avevo pensato, da mesi,  di condividere con voi una serie di  riflessioni al fine di formare una sorta di "costellazione di pensiero" che avesse lo scopo di meglio declinare, almeno per me, il tortuoso e contraddittorio cammino che la cosiddetta Modernità, nella nostra vecchia Europa, aveva da secoli percorso. 
Per fare ciò volevo affidarmi al pensiero di Louis Dumont ( Homo aequalis - ed. Adelphi), di Franco Cassano ( Per un'ecologia della modernità - saggio incluso nel libro di Alain Caillè Trenta tesi per la sinistra - ed. Donzelli), di Cornelius Castoriadis ( La rivoluzione democratica - ed. Elèuthera) e di Wolfgang Streeck ( Tempo guadagnato - ed. Feltrinelli) ma, per mancanza di tempo, almeno per ora, ho dovuto abbandonare questo ambizioso progetto.
Mi consolo ripubblicando questo vecchio post scritto il 07 maggio del 2012, permettendomi qualche piccola modifica.
Prima di lasciarvi alla lettura una breve sintesi di quello che accadde quel giorno
In quel 7 maggio, mentre a Genova veniva gambizzato Roberto Adinolfi (A.D. di Ansaldo Energia), attentato rivendicato da sedicenti anarchici (uso il termine "sedicenti" perchè il mio "sentire anarchico" è ben lontano da questi barbari atti, vedi qui ), e, nelle drammatiche elezioni politiche greche, Alba Dorata, partito di estrema destra xenofoba, raggiungeva la preoccupante percentuale del 7%, nelle elezioni amministrative italiane il M5S, movimento tacciato dalle "anime belle" di fare antipolitica (puoi leggere sull'argomento questo post ), raggiungeva la percentuale, su base nazionale, del 6,90%.
Tutti questi accadimenti mi portarono a scrivere, di getto, il post che voglio riproporvi anche perchè, letto oggi, può essere interpretato come una sorta di premonizione di quello che ci può attendere dal 26 maggio in poi.
Buona lettura.



Nuovi Estremismi

In questo giorno nel quale, a Genova, una "vecchia" pistola fumante gambizza un amministratore delegato mentre nelle elezioni in Grecia la destra xenofoba raggiunge percentuali preoccupanti, come già avvenuto in Francia, Olanda e altre nazioni europee, in Italia, nelle elezioni amministrative, trionfa un nuovo tipo di estremista.
E' solitamente un trentenne/quarantenne dalla faccia pulita, acculturato, che usa il web, non porta giacca e cravatta ma nemmeno orridi passamontagna, parla di energie rinnovabili, piste ciclabili, democrazia partecipativa, non usa finanziamenti pubblici, si batte per una nuova idea di economia, in tasca, al massimo, ha una tessera di una delle tante associazioni che cercano di migliorare i territori, essere vicino ai più bisognosi e fa parte di uno strano movimento capitanato da un vecchio comico mezzo folle che da decenni, prima nei teatri e ora sul web, cerca di risvegliare dal torpore i suoi connazionali parlando di strane cose come la democrazia.
A detta di "politici", giornalisti, esperti in vari settori, questo nuovo estremista può essere molto pericoloso.
Se dovesse veramente riuscire nel suo intento questa nostra strana nazione e questa nostra strana Europa potrebbero veramente giungere ad un'agognata vita civile e democratica.
Bisogna stare molto attenti!!!!
E' siamo solo all'inizio.



P.s. naturalmente non vi dico per chi voto domani....o forse si è capito?

giovedì 30 gennaio 2014

La sinistra del XXI secolo


Nei dibattiti, siano essi da salotto intellettuale o da bar, ci si chiede spesso cosa significhi essere di sinistra nel XXI secolo e quale legame abbiano i partiti, attualmente in Parlamento che si autodefiniscono di sinistra, con le lotte del XX secolo per i diritti dei lavoratori, per lo stato sociale, per la memoria della lotta partigiana, ecc.
Ritengo che oggi, nel suo ultimo post, Grillo ci abbia regalato, in una semplice frase, una perfetta sintesi dell'essenza di questa nuova sinistra parlamentare:

"Cantare Bella Ciao subito dopo aver regalato sette miliardi e mezzo alle banche"

domenica 17 novembre 2013

La Terra dei Fuochi

(Un piccolo gesto per condividere la battaglia di donne e uomini di queste antiche e martoriate terre)



"La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto: è un piacere osservare l'incredibile quantità di verdura che viene portata in città tutti i giorni, e come l'industriosità umana riporti poi alla campagna i rifiuti della cucina, per concimare la vegetazione. I torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell'insalata, dell'aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Riempiono, con abilità particolare, i grandi canestri issati sul dorso d'un asino. Non c'è orto, che non abbia il suo asino. Servi, ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la giornata. Con quale premura questa gente raccoglie anche lo sterco dei cavalli e dei muli! Quando di notte i ricchi se ne tornano a casa in carrozza, non pensano che già dall'alba altri uomini s'industrieranno a seguire le tracce dei loro cavalli.
Talvolta due di questi individui fanno società, comprano un asino, prendono in fitto un pezzo di terra e, lavorando alacremente, sviluppano la loro attività, grazie a questo clima felice, in cui la vegetazione non si arresta mai"
                                                                                  Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia [1]



[1] Goethe soggiornò a  Napoli, una prima volta, dal 25 febbraio al 29 marzo del 1787 e, nuovamente, dal 13 maggio al 3 giugno prima di ripartire per Roma.

sabato 12 ottobre 2013

L'Etica di Spinoza e quella di Morin

"Quando gli uomini dicono che questa o quella
azione del corpo ha origine nella mente,che ha
impero sul corpo, essi non sanno quello che
dicono, e non fanno altro che confessare, con
parole pretenziose, che ignorano la vera causa
di quell'azione senza meravigliasene"

"Noi non tendiamo a una cosa, né la vogliamo,
né la desideramo perchè la giudichiamo buona,
al contrario la giudichiamo buona perchè vi
tendiamo, la vogliamo e la desideriamo. (...)
Gli uomini infatti credono di essere liberi perchè
sono consci delle loro azioni e ignari delle cause
da cui vengono determinati"

B. Spinoza, Etica 

Non temete, non mi permetterei mai, viste le mie limitate doti, un parallelismo fra il pensiero di Spinoza e quello di Morin. Quello che mi spinge, invece, ad accostare il capolavoro filosofico di Spinoza al VI Tomo del Metodo di Morin, intitolato appunto Etica, è il ritrovamento dell'unico manoscritto originale dell' Ethica ordine geometrico demostrata del filosofo olandase.
Fino ad ora ci si era basati sul testo pubblicato nel 1677, l'anno della morte del suo autore, in due versioni: l'una in latino e  l'altra in olandese.
Il manoscritto ritrovato nella Biblioteca Vaticana di Roma, invece, è datato 1675 ed è copiato ad opera di Pieter Van Gent, amico di Spinoza.
Tale scritto era giunto nella capitale grazie al celebre anatomista danese Niels Stensen, anch'egli di famiglia ebrea come il filosofo, che, convertitosi al cattolicesimo, l'aveva donato all'Inquisizione perchè ne curassero la messa al bando (come appunto accadde).
Ma, nonostante l'intenzione di Stensen e dell'Inquisizione di obliare il manoscritto di Spinoza, proprio la conservazione dello stesso fra i libri messi al bando ha finito, secoli dopo, per donare a tutta l'umanità l'unica copia originale del testo dell'Etica che permetterà di intraprendere nuovi studi dell'opera di Spinoza.
Ed è proprio questo storia del ritrovamento e lo iato fra l'intenzione/azione e la conseguenza a permettermi di introdurre  il concetto di ecologia dell'azione di Edgar Morin.
Nel capitolo 3 intitolato  L'incertezza etica, a mio parere basilare per l'intera opera, Morin, partendo dalla constatazione, a noi tutti familiare, che "è nell'atto che l'intenzione rischia l'insuccesso", mette in risalto che esiste sempre "una relazione nel contempo complementare e antagonista quando si considerano insieme l'intenzione e il risultato dell'azione morale. Complementare, perchè l'intenzione morale acquista senso solo nel risultato dell'atto. Antagonista, viste le conseguenze eventualmente immorali dell'atto morale e le conseguenze eventualmente morali dell'atto immorale".
Per comprendere, quindi, il problema degli effetti di ogni azione, Morin introduce il concetto di ecologia dell'azione che "ci indica che ogni azione sfugge sempre più alla volontà del suo autore nella misura in cui entra nel gioco di inter-retro-azioni dell'ambiente nel quale interviene".
Da ciò discendono due principi cardine.
Il primo ci evidenzia che "gli effetti dell'azione dipendono non solo dalle intenzioni dell'attore, ma anche dalle condizioni proprie dell'ambiente nel quale essa si compie".
Il secondo, che si sposa meravigliosamente con la storia del ritrovamento del manoscritto di Spinoza, mette in evidenza l'imprevedibilità a lungo termine di qualsiasi azione : "si possono pensare o supporre gli effetti a breve termine di un azione, ma i suoi effetti a lungo termine sono imprevedibili".
Forse a questo punto, viste le riflessioni di Morin e lo straordinario ritrovamento del manoscritto di Spinoza,  possiamo concludere che l'unica cosa che l'Inquisizione avrebbe dovuto fare per raggiungere il suo scopo, sarebbe stata, come spesso è accaduto nella storia, quella di bruciare il manoscritto.
Ma a dire il vero anche questa pratica barbara alla lunga non produce quasi mai gli effetti sperati.
Basti pensare, tornando alla nostra attualità,  alla nascita di associazioni e gruppi di persone che imparano a memoria libri o parti di essi per poterli, non solo declamare, ma anche portarli, col proprio corpo, in giro per il mondo permettendo con ciò che nulla venga dimenticato (si veda, ad es., il progetto che si chiama "Proyecto Farhenheit 451" inventato in Spagna e di cui l'associazione Donne di Carta ne è la portavoce italiana dal 2009 - http://www.donnedicarta.org/ ).


P.s.
Se qualcuno è voglioso di conoscere il pensiero di Spinoza in modo semplice consiglio di vedere le due conferenze, la prima di Remo Bodei, la seconda di Carlo Sini, che potete trovare rispettivamente all'indirizzo:
Cosi come, se si vuole approcciare al pensiero di Edgar Morin, consigio la lettura di:
-) I sette saperi necessari all'educazione del futuro - Ed. Cortina Raffaello
-) La sfida della complessità - Ed. Le Lettere (collana GaiaMente)

domenica 22 settembre 2013

Servitù e merce ovvero il "lavoro moderno"

Sempre in attesa di trovare tempo ed energie per scrivere un mio post sul "lavoro", oggi vi invito a riflettere su queste forti e tragiche parole di due immensi filosofi.


"Povero, allegro e indipendente! - queste tre cose insieme sono possibili; povero, allegro e schiavo! - anche queste sono possibili - e della schiavitù di fabbrica non saprei dire di meglio, posto che essi non sentano in genere come un'ignominia l'essere adoperati, come accade, a guisa di ingranaggi di una macchina e per così dire come tappabuchi dell'umana inventività.
Che orrore, credere che ciò che nella loro miseria è essenziale, voglio dire la loro impersonale condizione di servitù, possa essere eliminato con un salario più alto!
Che orrore, lasciarsi persuadere che, con un potenziamento di questa impersonalità all'interno del complicato meccanismo di una nuova società, la vergogna della schiavitù possa essere trasformata in virtù! Che orrore, avere un prezzo per il quale non si è più una persona, ma si diventa un ingranaggio. Siete voi i cospiratori, nell'attuale imbecillità delle nazioni, che vogliono soprattutto produrre il più possibile e arricchirsi il più possibile?
La vostra causa sarebbe di presentare il conto di risarcimento: per le grandi somme di valore interiore che vengono buttate via per un tale scopo esteriore! Dove sta allora il vostro valore interiore, se non sapete più che cosa significhi respirare liberamente? Se non avete, neanche un poco, in vostro potere voi stessi?"
                                                                                           Friedrich Nietzsche, Aurora





"Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate - virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. - tutto divenne commercio. E' il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore"
                                                                                                   Karl Marx, Miseria della filosofia



P.s. sul tema, denuciato da Nietzsche, dell'essere un ingranaggio vi invito a leggere questo vecchio post

sabato 7 settembre 2013

La misura del lavoro

Sicuramente agli amici che mi conoscono personalmente e che hanno la pazienza di seguirmi su questo blog sarà risultato strano che io non abbia trattato, se non indirettamente (vedi qui, qui, qui e qui), un tema come quello del "lavoro" al quale sono estremamente sensibile.
Nelle more di trovare tempo ed energia per concedergli il giusto spazio, voglio condividere con voi delle splendide riflessioni di Andrea Tagliapietra che ho avuto il piacere di leggere, quali citazioni, nel libro "La natura oltre la storia" di Marco Bruni.

"Ecco allora che la centralità moderna del lavoro dev'essere misurata, ossia deve rifare i conti praticamente e teoricamente con l'idea della fine. Si tratta cioè di sottoporre il lavoro ad una misura come resistenza ontologica alla manipolazione illimitata. E' necessario, sia dal punto di vista dell'uomo come essere finito, mortale e corporeo, sia dal punto di vista del pianeta come totalità finita, rovesciare il paradigma della produttività infinita che è anche, per certi versi, il paradigma dell'automatismo seriale della macchina che affiora, intellettualizzato e concettualizzato, nel cosiddetto pensiero della tecnica. Oggi è quanto mai indispensabile risemantizzare il lavoro al di fuori della produzione, della fatica e del fare, in direzione della conservazione, della relazione e della cura. Abbandonando il fascino della produttività infinità e della vertigine della performance, l'uomo deve comprendere che il suo fare è determinato dalla qualità e dalla padronanza del più ampio gesto del suo non fare. Il lavoro, di conseguenza, dev'essere la misura asintotica di un fare di meno, nella prospettiva di quel non fare affatto che è proprio della contemplazione, là dove felicità e saggezza si danno convegno. Del resto, il compito del lavoro, sin dall'inizio dell'avventura umana, non è stato quello di trasformare il mondo, nè perciò distruggerlo, bensì quello di renderlo amico e familiare, ovvero di abitarlo. E' questo, forse, l'unico modo per avere un futuro."  [1]



[1] Icone della fine. Immagini apocalittiche, filmografie, miti - Andrea Tagliapietra - Ed. Il Mulino

mercoledì 21 agosto 2013

Spinoza - al di là del soggetto

(trascrizione della prima parte della conferenza di Vittorio Morfino intitolata “Spinoza al di là del popolo-soggetto” tenuta alla Casa della cultura il 12 ottobre 2011 e visibile su ArcoirisTv all’indirizzo http://www.arcoiris.tv/scheda/it/14960/ )


In che senso la filosofia di Spinoza sarebbe al di là del soggetto?
In primo luogo sappiamo che soggetto è un termine che appartiene alla filosofia kantiana e tuttavia benché Cartesio pensi ancora in una terminologia aristotelico-scolastica è a partire dalla sua filosofia, cioè dalla filosofia del cogito, che prende avvio la teoria moderna del soggetto.
Vi leggerò un passo di Heidegger, da “L’epoca dell’Immagine del mondo”, in cui, appunto Heidegger, mette in evidenza questo passaggio fondamentale. Scrive Heidegger:
“Dobbiamo senz’altro vedere questa parola subjectum la traduzione del greco hypokeimenon, la parola indica ciò che sta prima, ciò che raccoglie tutto in se come fondazione. Questo significato metafisico del concetto di soggetto non ha, originariamente, alcun particolare riferimento all’uomo ma il costituirsi dell’uomo a primo e autentico subjectum porta con se quanto segue: l’uomo diviene quell’ente in cui ogni ente si fonda nel modo del suo essere, della sua verità, l’uomo diviene il centro di riferimento dell’ente come tale.”
Dunque lo specifico dell’epoca moderna è il costituirsi dell’uomo a soggetto di fronte ad una oggettività rappresentata come mondo.
Ora vediamo rapidamente le mosse cartesiane che portano a questo costituirsi della centralità del soggetto. In primo luogo, naturalmente, il dubbio metodico che dagli errori della percezione, sino al genio maligno, conducono all’invenzione dello spazio di interiorità, lo spazio dell’ego come fondamento non scuotibile. Questo spazio di interiorità, ed è il secondo punto, è radicalmente separato dal mondo esterno e può accedere ad esso solo attraverso la rappresentazione chiara e distinta che altro non è, attraverso la garanzia divina, se non una matematizzazione del mondo, cioè il porre il soggetto al centro produce un’oggettivizzazione dl mondo, una totale matematizzazione del mondo.
Soggetto e oggetto si fronteggiano, in Cartesio, sotto forma di res cogitans e res extensa, spirito e materia, libertà e necessità, interiorità e mondo, sostanze radicalmente separate la cui comunicazione diventa il problema fondamentale della modernità.
Allora in che senso possiamo dire che Spinoza è al di là del soggetto e non al di qua, come sembra indicare Hegel quando dice che la filosofia di Spinoza è una filosofia orientalistica.
La mossa spinoziana è molto semplice. Egli nega sostanzialità alla res cogitans cioè all’ego, al pensiero e alla res extensa e ne fa due attributi di un'unica sostanza divina. Questa mossa elimina il problema cartesiano della comunicazione delle sostanze poiché appunto non si tratta di sostanze differenti ma di un’unica sostanza e dei suoi attributi e, tuttavia, questa mossa di riduzione delle sostanze cartesiane in un’unica sostanza apre una serie di nuovi problemi.
In primo luogo ciò che Cartesio chiama ego, res cogitans in Spinoza che statuto ha? E ancora, una volta negata sostanzialità all’individuo finito, in che cosa risiede il suo principio di individuazione, cioè il suo principio di individualità finita se noi neghiamo sostanzialità?
La res finita in Spinoza non è ne la sostanza della tradizione aristotelica ne il soggetto moderno. Spinoza chiama la res finita in un modo strano cioè Modo. Ora si tratta di comprendere la portata teorica di questa definizione. Modo secondo Spinoza è “ciò che è in altro è deve essere concepito in ciò che è in altro”. Qual è il profondo significato di questa definizione da cui Spinoza trarrà un’inaudita teoria dell’individualità, dell’individuo finito?
Il Modo è strutturale rinvio ad altro, è ciò che è in altro ma non è in altro come una paperetta è in una vasca da bagno è piuttosto in altro in quanto è rinvio ad altro. Il Modo è relazione ad altro, è esistenza in relazione, attraversato dalla relazione, costituito dalla relazione. Affermare che nell’universo non ci sono sostanze ma Modi significa affermare il primato del tessuto di relazioni sugli individui a cui queste relazioni danno forma. Significa affermare il primato dei processi di individuazione sugli individui cioè l’individuo è sempre un processo che si sta individualizzando.
Cosa significa dire allora che questa res cogitans, cioè l’ego, questo spazio chiuso di interiorità è un Modo?
In primo luogo, ed è questo è il punto fondamentale in Spinoza, significa infrangere la chiusura dello spazio di interiorità. Non ci troviamo di fronte ne allo spazio di interiorità cartesiano ne alla monade leibniziana. Il Modo non è soltanto relazione verso l’esterno ma è costituito esso stesso da relazione. Questo significa che se lo spazio di interiorità cartesiano è una stanza senza porte ne finestre che contiene delle cose-idee (res) con una sorta di segnaletica che ci permette di muoverci nel mondo esterno, nel mondo della res extensa, la mente spinoziana non è un contenitore di idee ma è una struttura relazionale di idee. Non c’è nulla nel fondo oltre questa struttura relazionale. Struttura relazionale aperta che permette, per definizione, la composizione con altre strutture relazionali anzi non può esistere senza tale composizione e quindi per Spinoza è evidente, non solo il fatto che non si pensa da soli ma in relazione con altre menti, e non si può pensare da soli non perché pensare da soli sia peggio che pensare con altri ma perché è semplicemente impossibile pensare da soli. Per Spinoza cioè la mente è una struttura relazione, noi non pensiamo mai da soli. Essendo allora il Modo  una struttura relazionale ciò che è totalmente assente in Spinoza è quello che Macpherson, in un bel libro, aveva definito l’individualismo possessivo cioè il soggetto proprietario delle proprie idee, del proprio corpo che fonda questa proprietà originaria che naturalmente diventa il modello della proprietà borghese che si afferma in quei secoli.


P.s. mi sono permesso leggerissime modifiche per rendere più scorrevole lo scritto

domenica 30 giugno 2013

Et-et



Nel post "Il mio blog" (vedi qui) scrivevo del mio naturale "sforzo di osservare i fenomeni in una chiave et-et, quindi includente, proprio perchè le nette antinomie, che spesso guidano la nostra vita, sono, per la maggior parte, nostre costruzioni o convinzioni".
Per tentare di dare la giusta profondità a questa energia/tensione che da sempre pervade tutto me stesso, voglio condividere con tutti voi due splendidi aforismi di Edgar Morin pubblicati originariamente nel 1960 nella rivista Arguments.

"Tutto ciò che riguarda l'uomo ci rivela al tempo stesso l'uomo in movimento e l'uomo permanente. L'uomo diverso e l'uomo uno.
Il mistero dell'interiorità dell'uomo e nelle sue opere, nei suoi miti, nelle sue proiezioni. Cercare l'interno nell'esterno.
Bisognerebbe mostrare che nel reale c'è meno materialità di quanto non sembri, nell'immaginario più realtà di quanto non si creda e, attraverso tale ravvicinamento, tentare di considerare la loro stoffa comune: la realtà." [1]

" In mancanza di modelli, c'è un tipo d'uomo che sarebbe il mio ideale.
Il suo equilibrio si modifica, si distrugge e si riforma nel campo di battaglia delle contraddizioni. Non vuole abbandonare il terreno delle contraddizioni. Non vuole espellere il negativo dal mondo, ma partecipare alle sue energie. Non vuole distruggere il positivo, ma desidera resistere alla pietrificazione. Non vuole nè fuggire il reale, nè accettarlo, ma vorrebbe che il reale venisse trasformato e forse spera che un giorno verrà trasfigurato. Si sforza di rendere creatrice dentro di sè la lotta dei contrari.
Tragedia e commedia, epopea e farsa sono per lui indissolubilmente presenti in ogni istante.
Sa di essere infermo, particolare, ma ciò che sente è la miseria universale di ciascuno e non la solitudine. La solitudine è l'emicrania del mondo borghese.
Quest'uomo non odia nessuno. Le sue passioni sono l'amore e la curiosità. La sua curiosità è un'energia senza frontiere. I suoi amori non si escludono e non perdono il sapore.
Quest'uomo adulto è al tempo stesso molto vecchio, bambino e adolescente.
E' sempre in formazione.
Si ostina a cercare l'aldilà." [1]


[1] Pro e contro Marx - Edgar Morin - Ed. Erickson


giovedì 25 aprile 2013

Il capitale, il comunista e l'ex-comunista

Chi ha la pazienza di seguire questo blog sa bene come ritenga essenziale, in questi nostri tempi di crisi, porre attenzione all'uso delle parole (vedi qui e qui). Non semplicemente per il significato etimologico delle stesse ma soprattutto per il loro potere rinviante, simbolico, per la capacità di mostrarci o obliare segni di un orizzonte di pensiero che ci avvolge e ci forma. Eccone un altro esempio.




"Il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi"
                                                                                                                                                                                                                         Karl Marx [1]





 
"La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte per affrontare la recessione e cogliere le opportunità che si presentano (...) per potenziare l'istruzione e il capitale umano"
                                                                                            Giorgio Napolitano [2]







[1]  Il Capitale - Karl Marx
[2]  Discorso di insediamento alle Camere per il secondo mandato da Presidente della Repubblica

sabato 20 aprile 2013

Il movimento

(In questa triste giornata, dove in Italia sembra riaffacciarsi una nuova forma di monarchia, per tentare di placare il mio enorme sbigottimento, propongo a voi e a me le sagge parole di un grande filosofo.)




"Le rivoluzioni sono vere come movimenti e false come istituzioni."

                                                                                          Merleau-Ponty



P.s. ogni riferimento (ben evidenziato e sottolineato) a fatti e persone reali è esplicitamente voluto.

lunedì 1 aprile 2013

Dei cannibali ovvero i 10 saggi

"Ho avuto a lungo presso di me un uomo che aveva vissuto dieci o dodici anni in quell'altro mondo che è stato scoperto nel nostro secolo, nel posto dove era sbarcato Villegagnon, e che egli aveva chiamato la Francia Antartica ( si tratta del Brasile dove Villegagnon sbarcò nel 1557).
(...) Quell'uomo che era con me era un uomo semplice e rozzo, condizione adatta a rendere una testimonianza veritiera; poichè persone d'ingegno fino ossevano, sì, con molta cura, e più cose, ma le commentano; e per far valere la loro interpretazione e persuaderne altri, non possono trattenersi dall'alterare un pò la storia; (...) ci vuole un uomo o molto veritiero o tanto semplice da non aver di che costruire false invenzioni e dal loro verosimiglianza, e che non vi abbia alcun interesse. Così era il mio.
(...)Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. (...) Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sè nel suo naturale sviluppo; laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall'ordine generale che dovremmo chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto.
(...)Quei popoli mi sembravano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano e sono ancora molto vicina alla loro semplicità originaria.
(...)Hanno non so quali preti e profeti, che si mostrano molto di rado al popolo, avendo la loro dimora sulle montagne. (...) Questo profeta parla loro in pubblico, esortandoli alla virtù e al dovere (...) questi profetizza le cose a venire, e i risultati che devono sperare dalle loro imprese, li spinge alla guerra o li dissuade dal farla; ma a tale condizione, che se non indovina bene, e se accade loro diversamente da quanto egli ha predetto, è tagliato in mille pezzi, se riescono ad acchiapparlo, e condannato come falso profeta. Per questo quello che si è sbagliato una volta non lo si vede più.
(...) Quelli che maneggiano le cose dipendenti dalle capacità umane, sono scusabili una volta che hanno fatto quello che potevano. Ma quegli altri, che vengono a ingannarci con assicurazioni di facoltà straordinaria che è al di fuori della nostra conoscenza, non bisogna forse punirli perchè non mantengono la loro promessa, e per la temerità della loro impostura?" [1] (Montaigne)

Il 30/03/2013 il nostro Presidente della Repubblica ( simpaticamente ribattezzato Re Giorgio) ha annunciato: " mi accingo a chiedere a due gruppi ristretti di personalità tra loro diverse per collocazione e per competenze, di formulare, su essenziali temi di carattere istituzionale e di carattere economico-sociale ed europeo, precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche."
Praticamente si tratta dell'ennesima formazione di una sorta di commissione, definita dai media "dei saggi" (anche se ci vuole veramente una fantasia estrema a definire "saggi" Violante e Quagliariello), che avrà l'unico ed evidente scopo di fare da camera di compensazione fra i due principali partiti politici (PD-PDL) per permettere ad entrambi di formare, più in là, un "governissimo" senza che i vari elettorati di riferimento sbranino i loro rappresentanti in Parlamento.
Mentre Montaigne ci racconta che, nelle comunità di quelli che noi occidentali definivamo e continuiamo a definire "selvaggi", i preti e i profeti scendevano dalle montagne per profetare in rarissime occasioni e in conseguenza di straordinari avvenimenti, nelle nostre moderne società l'andirivieni di  questi figuri è all'ordine del giorno.
Questa pratica ha reso evidente che quella "cosa sporca che continuiamo a chiamare democrazia" (Gaber), che dovrebbe avere il suo massimo punto di splendore nella scelta, attraverso le elezioni, dei rappresentanti del popolo, ormai è solo un falso racconto tramandato da generazioni.
Si badi bene che queste pratiche non sono solo monopolio del nostro Stato ma sono l'essenza di tutte le democrazie e trovano, per noi, il massimo punto di stortura nelle varie istituzioni Europee che sono formate da personalità mai passate al vaglio del popolo e sulle decisioni delle quali non abbiamo neanche la possibilità a posteriori di intervenire.
Tutto quello che riguarda l'Unione Monetaria dovrebbe essere assolutamente studiato da tutti noi ( e da questo punto di vista vi invito a dare un'occhiata allo splendido lavoro di divulgazione che da anni sta facendo il prof. Alberto Bagnai che potrete trovare sul blog www.goofynomics.blogspot.com) perchè rappresenta una vera e propria rapina della sovranità popolare perpretata da saggi e profeti volutamente artefatta da media conniventi e compiacenti il potere.
Sicuramente introdurre le pratiche barbare (la morte atroce di chi divinizza cose sbagliate dopo essersi presentato quale custode di capacità straordinarie) di cui ci parla Montaigne, non è culturalmente e moralmente immaginabile ma credo che debba essere ben chiaro che, al punto in cui siamo, cannibalizzare intere popolazioni, in quello che definiamo il democratico Occidente, è l'unica vera barbarie che tutti noi non dobbiamo permettere che accada.


[1] Saggi - Tomo I - Cpitolo XXXI - Montaigne - Adelphi ed.

mercoledì 2 gennaio 2013

Dieci anni senza il Signor G



Il primo gennaio del 2003, nella sua casa in Versilia, moriva Giorgio Gaber.
E' impossibile trovare parole per descrivere questo immenso vuoto per tale motivo mi limito a pubblicare il testo di una sua canzone, naturalmente scritta con il sodale Luporini, permettendomi di evidenziare, in grassetto, alcune frasi che mi hanno sempre colpito e sulle quali dovremmo riflettere con molta attenzione, soprattutto in questi nostri tempi difficili.
Ciao Giorgio e grazie di tutto.

Una nuova coscienza

di Gaber - Luporini

 
Io come uomo
io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo
che tocca il fondo
ma forse al peggio non c'è mai una fine.
Nel frattempo la vita non si arrende
e la gente si dà un gran da fare
tanti impegni tante storie
con l'inutile idea di colmare
la mancanza
di una nuova coscienza
di una vera coscienza.

[parlato] È come se dovessimo riempire un vuoto profondo. E allora ci mettiamo dentro: rimasugli di cattolicesimo, pezzetti di sociale, brandelli di antichi ideali, un po' di antirazzismo, e qualche alberello qua e là.

La decadenza
che viviamo
è un malessere
che ci prende pian piano.
È una specie di assenza
che prevede una sosta obbligata
è la vita che medita
ma si è come assopita.
Siamo vivi
malgrado la nostra apparenza
come uomini al minimo storico di coscienza.

[parlato] È come se la vecchia morale non ci bastasse più. In compenso se ne sta diffondendo una nuova che consiste nel prendere in considerazione più che altro i doveri degli altri... verso di noi. Sembrerà strano ma sta diventando fortemente morale tutto ciò che ci conviene.
Praticamente un affare.

La decadenza
che subiamo
è uno scivolo
che va giù piano piano.
È una nuova esperienza
che ti toglie qualsiasi entusiasmo
e alla lunga modifica il tuo metabolismo.

Siam lì fermi malgrado la grave emergenza
come uomini al minimo storico di coscienza.

[parlato] E pensare che basterebbe pochissimo. Basterebbe spostare a stacco la nostra angolazione visiva. Guardare le cose come fosse la prima volta. Lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza. Dubitare delle risposte già pronte. Dubitare dei nostri pensieri fermi, sicuri, inamovibili. Dubitare delle nostre convinzioni presuntuose e saccenti. Basterebbe smettere di sentirsi sempre delle brave persone. Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri, dei figli. Smascherare, smascherare tutto: smascherare l’amore, il riso, il pianto, il cuore, il cervello. Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito. Qui e ora.
Sì, basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile. Basterebbe smettere di piagnucolare, criticare, fare il tifo e leggere i giornali. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre può diventare geniale se guarda il mondo con i suoi occhi. Basterebbe smascherare qualsiasi falsa partecipazione. Smettere di credere che l’unico obiettivo sia il miglioramento delle nostre condizioni economiche perché la vera posta in gioco... è la nostra vita. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del lavoro, del destino e persino del potere, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza naturale della stupidità degli uomini. Basterebbe rifiutare, rifiutare la libertà di calpestare gli altri, ma anche la finta uguaglianza. Smascherare la nostra bontà isterica. Smascherare la nostra falsa coscienza sociale.
Subito. Qui e ora.
Basterebbe pochissimo. Basterebbe capire che un uomo non può essere veramente vitale se non si sente parte di qualcosa. Basterebbe abbandonare il nostro smisurato bisogno di affermazione, abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l’audacia di frequentare il futuro con gioia.
Perché la spinta utopistica non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria e non si cura di dolorose attese.
La spinta utopistica è subito. Qui e ora.

Io come uomo
io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo
che tocca il fondo
ma forse al peggio non c'è mai una fine.
Perché non c'è nessuno che dia un senso
alle cose più semplici e vere
alla vita di ogni giorno
all'urgenza di un uomo migliore.

Io vedo un uomo
solo e smarrito
come accecato da false paure.
Ma la vita non muore
per le bombe
per la plastica o le acque del mare
e le ansie un po' inventate
son pretesti per non affrontare
la mancanza di una vera coscienza
che è la sola ragione
della fine di qualsiasi civiltà
.


mercoledì 28 novembre 2012

Dire no...dire sì

Leggendo il libro "Antropologia filosofica" della professoressa Pansera mi è tornato alla mente il post "Mezzo pieno...mezzo vuoto" pubblicato il 12/12/2011 al quale si potrebbe tentare di dare un nuovo tono e una nuova coloritura.
L'antropologia filosofica moderna nasce, come disciplina, nella prima metà del XX secolo e prende le mosse dall'esigenza di cogliere e pensare l'essere umano nella sua interezza cercando di creare un ponte fra filosofia e scienza che consenta di riallacciare un dialogo che, allora come adesso, sembra difficoltoso se non addirittura impossibile.
Questa esigenza è fortemente sentita perchè, come scrive Max Scheller, padre fondatore di tale disciplina insieme a Helmuth Plessner e Arnold Gehlen, "noi siamo la prima epoca in cui l'uomo è divenuto completamente e interamente problematico per se stesso; in cui egli non sa più che cosa è, ma nello stesso tempo sa anche che non lo sa". [1]
L'aspetto peculiare dell'uomo, nel pensiero di Scheller, è la possibilità di "dire no", di trascendere la realtà data.
Scrive infatti: "paragonato all'animale che dice sempre sì alla realtà effettiva, anche quando l'abborrisce e fugge, l'uomo è colui che sa dir di no, l'asceta della vita, l'eterno protestante contro quanto è solo realtà (...) l'uomo è l'eterno Faust, la bestia cupidissima rerun novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere ora-qui-così, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante" [1]
Partendo da questa capacità di "dire di no", dalla capacità di negare e superare le costrizioni biologiche, Plessner distingue l'uomo dagli altri esseri per la sua posizione "eccentrica".
Mentre l'animale vive al "centro" del proprio ambiente naturale l'uomo, attraverso l'autoriflessione e l'autocoscienza, è in grado di trascendere il centro biologico e di acquisire una "posizione eccentrica".
"Per l'uomo trovarsi in una posizione eccentrica vuol dire decentrarsi (...) solo distanziandosi da sè, ponendosi - come dice Plessner - alle proprie spalle, l'uomo può vedere se stesso e la propria posizione nel mondo, quel centro provvisorio che occupa e da cui poi, in quanto essere eccentrico, si decentra." [2]
Pertanto " è tipico della natura umana non poter vivere nell'immediatezza di una natura già data, ma solo nella mediazione che trasforma la natura in cultura: l'uomo è essenzialmente un essere culturale". [2]
Per Gehlen il "dire no", "l'eccentricità" nascono dalla peculiare carenza che contraddistingue l'uomo dovuta ad una dotazione organico-istintuale primitiva incompiuta e non specializzata.
Per tale motivo, a differenza dell'animale che ha un ambiente, l'uomo ha il mondo.
La sua carenza, non permettendo un immediato adattamento all'ambiente, lo induce, attraverso l'azione, alla continua creazione di un mondo adatto alla sua esistenza.
"Egli vive , per così dire, in una natura artificialmente disintossicata, manufatta e da lui modificata in senso favorevole alla vita. Si può dire che egli è biologicamente condannato al dominio della natura." (Gehlen) [1]
La capacità di azione e di intervento sono rese possibili da quello che Gehlen definisce "principio di esonero" che si sostanzia in quel meccanismo che permette all'uomo, attraverso schemi di comportamento, di esonerarsi dagli oneri e dalle continue risposte agli stimoli ambientali e alle pulsioni interne.
Il ricco pensiero di Scheller, Plessner e Gehlen, che in questo post ho estremamente sintetizzato, ci rilascia un'immagine dell'uomo che permette, a mio parere, di definire la nostra attuale posizione eccentrica e al contempo di evidenziare l'estremo lavorio che continuamente noi tutti facciamo per costruire un mondo che permetta la nostra esistenza.
Ma, allo stesso tempo, questo pensiero, portato agli estremi fino all'essere "condannati al dominio della natura" di Gehlen, può continuare a perpetrare un antropocentrismo tipico del pensiero dell'uomo sull'uomo che finisce per mascherare quella hybris (tracotanza) e quell'incapacità di percepire e definire un limite e di rendere la nostra azione manipolatrice armoniosa all'ambiente.
Forse è per tale motivo che al "dire di no" di Scheller, istintivamente, mi è venuto di contrapporre il "dire sì" di Nietzsche.
Quel "dire sì alla vita" che si sostanzia nella ripresa dell'amor fati che Nietzsche descrive come l'atteggiamento proprio del super-uomo che accetta entusiasticamente, fino a desiderarlo, il carattere casuale e arbitrario degli eventi che compongono la vita invitando, nello Zarathustra, gli uomini a "tornare alla terra".
Naturalmente il pensiero di Nietzsche risulta estremo e a tratti incomprensibile per tutti noi abituati come siamo a vivere ricercando e creando continuamente, con il nostro agire e pensare, un ordine che ci dia sicurezza, ma, seppur estremo, ci evidenzia un tratto umano che persite in tutti noi e che spesso è surclassato da un discorso sull'uomo teso a mascherarlo e nasconderlo.
La rappresentazione "marmorea" dell'uomo occidentale del novecento si sta frantumando in mille pezzi che raccolgono altrettante istanze spesso violentate da quelle funzioni e ruoli che ci siamo autoimposti.
Forse è per tale motivo che, in questi nostri tempi di crisi, si affianca e si mescola all'homo sapiens, all'homo faber e all'homo oeconomicus nuovamente l'homo dionysiacus che uno sguardo ben attento può cogliere nell'attenzione all'ambiente, in una nuova ricerca di un piacere estetico, di un nuovo contatto con la natura, in un ritorno ad un bisogno "epidermico" dell'Altro. (tutti temi trattati da anni da Michel Maffesoli)
Queste istanze contrapposte, che non si sciolgono in una nuova sintesi, sembrano tenersi in vita l'un l'altra evidenziando una figura di un "uomo-contraddittoriale" o "homo complexus".
D'altronde la stessa eccentricità di Plessner può essere interpretata come una frattura insanabile e, permettendomi l'ardire, come una immagine nitida dell'uomo-contraddittoriale.
Infatti, per Plessner, l'uomo "vive al di qua e al di là della frattura, come psiche e come corpo e come unità neutrale psicofisica di queste due sfere. L'unità, però, non copre il doppio aspetto, non lo lascia emergere da sè, non è essa il terzo che concilia l'opposizione, che guida oltre le sfere opposte, non forma nessuna sfera autonoma. Essa è la rottura, lo iato, il vuoto passaggio della mediazione, che per il vivente stesso equivale all'assoluto doppio carattere e al doppio aspetto di corpo e psiche, nel quale esso vive." [1]
Edgar Morin, invece, attraverso il suo sterminato e straordinario lavoro di anni, ci invita a pensare la nostra irriducubile complessità.
"L'umano è un essere nel contempo pienamente biologico e pienamente culturale, che porta in sè questa unidualità originaria. E' un super e un ipervivente: ha sviluppato in modo inaudito le potenzialità della vita..
(...) Il XXI secolo dovrà abbandonare la visione unilaterale che definisce l'essere umano a partire dalla razionalità (homo sapiens), dalla tecnica (homo faber), dalle attività utilitaristiche (homo oeconomicus), dagli obblighi della vita quotidiana (homo prosaicus). L'essere umano è complesso e porta in sè in modo bipolarizzato i caratteri antagonisti:

sapiens e demens (razionale e delirante)
faber e ludens (lavoratore e giocatore)
empiricus e imaginarius (empirico e immaginario)
oeconomicus e consumans (economico e dilapidatore)
prosaicus e poeticus (prosaico e poetico) [3]

Concludendo, parafrasando Nietzsche che definiva l'uomo come "un cavo teso fra l'animale e il super-uomo", direi che l'uomo danza, a volte goffamente a volte in maniera sublime, su questo cavo teso, sospeso su quella frattura insanabile di cui parlava Plessner, ancorato ai due estremi ad un "dire no" e ad un "dire sì" o, se preferite, ad un "mezzo pieno" e un "mezzo vuoto".



[1] Estratti di Scheller, Plessner e Gehlen tratti da Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[2] Antropologia filosofica - Maria Teresa Pansera - Ed. Bruno Mondadori
[3] I sette saperi necessari all'educazione del futuro - Edgar Morin - Ed. Cortina Raffaello


mercoledì 5 settembre 2012

La tecnica...ti mette le ali!!!!!!



"Dopo l'azione esercitata con la tecnica sulla natura,
l'uomo si trova a dover subire la reazione del
procedimento tecnico sulla propria esistenza,
che viene inevitabilmente modificata"

Karl Jaspers

"Con il termine tecnica intendiamo sia l'universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l'apparato tecnico, sia la razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. (...) A differenza dell'animale, che vive nel mondo stabilizzato dell'istinto, l'uomo, per la carenza della sua dotazione istintuale, può vivere solo grazie alla sua azione, che da subito approda a quelle procedure tecniche che ritagliano, nell'enigma del mondo, un mondo per l'uomo. (...) Eppure in questo edificare lavora nascosta una tendenza appena percettibile, ma decisiva. L'uomo, cioè, si adattava alla legge della natura, che continuava a dichiarare immutabile, modificando continuamente l'assetto della natura per adattarla a sé.
(...) Nell'universo delle azioni possibili, la tecnica inaugura quell'agire in conformità ad uno scopo in cui è riconoscibile il tratto tipico della razionalità (...) accade, però, che l'ordine degli stumenti condiziona la scelta dei fini, rigidamente vincolata dalla quantità e qualità dei mezzi a disposizione, con la conseguenza che il perseguimento dei mezzi, senza di cui nessun fine è raggiungibile, diventa il primo fine, per il persegiumento del quale tutti gli altri fini vengono subordinati e , se necessario, sacrificati.
(...) E' questo il modo in cui la tecnica da mezzo si capovolge in fine e, autonomizzandosi dai bisogni, dai desideri e dai motivi che sono alla base dell'azione umana, si pone come il primo bisogno, il primo desiderio e il primo motivo orientante l'azione umana. 
(...) Dire questo significa dire che la tecnica, nella sua espressione moderna, diventa quell'orizzonte ultimo a partire dal quale si dischiudono tutti i campi d'esperienza. Non più l'esperienza che, reiterata, mette capo alla procedura tecnica, ma la tecnica come condizione che decide il modo di fare esperienza.
(...) Per questo diciamo che nella disposizione del mondo e non nella strumentalità va individuata l'essenza della tecnica. E questo significa che la tecnica, nella sua accezione moderna, non è una scienza applicata, ma orizzonte all'interno del quale anche la scienza pura trova la condizione e la destinazione del suo indagare" [1] (U. Galimberti)
Se queste parole possono sembrarvi eccessive, astruse o la solita fantasticheria astratta del filosofo di turno, basta qualche piccolo esempio della nostra vita quotidiana, per comprendere, a mio parere, la portata concreta e lucidamente profonda del pensiero di Galimberti.
Qualche sera fa mia moglie ed io eravamo distesi sul letto e guardavamo la tv quando, improvvisamente, mancò l'energia elettrica per una decina di minuti.
A parte la solita scena tragicomica di camminare a tentoni per casa in cerca di una candela, quando mi ridistesi sul letto, guardandomi intorno, mi resi conto che tutto era come se si fosse fermato.
Vedere spenti tutti i vari marchingegni, che avvolgono il nostro quotidiano, mi provocò, prepotente, la sensazione che il mio stesso "essere" fosse poca cosa, quasi un nulla.
Quasi mi sembrò di non esistere.
In fondo l'energia elettrica è rappresentabile da noi solo come un eterno flusso, un eterno movimento e la sua mancanza sembrò creare una inimmaginabile fissità che è l'antitesi di ciò che sentiamo scorrere, dentro noi e fuori di noi, che siamo soliti chiamare Vita.
Altro esempio, che sicuramente è condivisibile con le tante persone che come me fanno un lavoro impiegatizio, è quando ti rechi in ufficio e, per un guasto qualunque, non funzionano i computer.
Improvviso smarrimento!!! Ti guardi intorno e vedi le facce atterrite dei tuoi colleghi.
Certo, come sempre capita in un ufficio, si potrebbero sistemare le tonnellate di carte che si accumulano quotidianamente, ma tutto ciò è un palliativo.
La verità è che, con i computer che non funzionano, improvvisamente svanisce anche il tuo "lavoro" e sembra non avere senso il tuo essere lì.
Il "lavoro" che tutti noi facciamo, cerchiamo, sogniamo, vogliamo, desideriamo e del quale abbiamo sancito la sua superiorità nell'aricolo 1 della nostra Costituzione, se non funziona un computer, una macchina, improvvisamente svanisce.
Ma questo svanire nasconde, inoltre, subdolamente, un'altra ovvietà che non consideriamo mai.
Il mezzo che non funziona ci  fa rendere conto che, nel capovolgimento di cui scrive Galimberti, il fine ultimo del nosto "lavorare" è far sì che lo stesso mezzo funzioni divenendo noi stessi lo strumento e la macchina il  fine.
Illuminante sintesi, al riguardo, è l'ultima pubblicità della Redbull.
Nell'ultima animazione creata dai pubblicitari si vede tutta l'evoluzione che da un ammasso di cellule, passando per una creatura marina che diventa una creatura terrestre, porta all'uomo (che naturalmente beve la Redbull e....mette le ali!!!).
Nel passaggio, però, fra la scimmia e l'uomo, fateci caso, l'animale raccoglie un ramo da terra e diventa un uomo con la clava.
L'evoluzione dalla scimmia all'uomo avviene nel momento in cui l'animale raccoglie quel ramo e nel suo rapportarsi allo strumento diventa un uomo, che non è rappresentato tutto nudo con la sua bella fogliolina di fico, ma già con una clava (strumento) fra le mani.
L'uomo è già nel suo presentarsi al mondo un essere-tecnico ed è questa la sua essenza.
Quindi più che dire che l'uomo accende il televisore, usa il computer, vola con l'aereo, prende il farmaco, guida l'auto dovremmo pensare e pensarci, mi spingo a dire, come uomo-televisore, uomo-computer, uomo-aereo, uomo-farmaco, uomo-auto.
So bene che tutto questo vi sembrerà eccessivo, abituati come siamo a sentirci soggetti che hanno di contro oggetti, ma la realtà è che questa dualità si fonde in un unico orizzonte che inevitabilmente ci avvolge e ci forma.
Un orizzonte che possiamo definire anche paradigma, Letto di Procuste (v. post del 14/09/2011 ), ovvio, ma che ha un suo limite non oltrepassabile.
Limite che non sappiamo misurare, quantificare ma che persiste e, della cui presenza, sembra che l'uomo moderno abbia dimenticato totalmente la sua esistenza.
Abbiamo dimenticato che Prometeo, che aveva donato la tecnica e il fuoco agli uomini, viene incatenato ad una roccia del Caucaso per l'eternità.
Ma quelle stesse catene non sono solo il tragico supplizio imposto a Prometeo da un Dio malvagio e invidioso (Zeus) ma insite in esse vi è il limite ultimo a quella libertà che la tecnica sembra concedere agli uomini.
La limitazione di strumenti e mezzi nelle epoche antiche, quindi, più che da imputare ad una fase ancora acerba dell'evoluzione umana, come siamo soliti pensarla rinchiusi nel nostro paradigma del Progresso, forse è da imputare ad un riconoscimento del limite rappresentato in miti, tragedie e riti.
Scrive, infatti, Giorgio Colli:
"Agli scienziati moderni non è ancora venuto in mente ciò che era ovvio agli antichi: che bisogna tacere le conoscenze destinate ai pochi, che le formule e le formulazioni astratte pericolose, capaci di sviluppi fatali, nefaste nelle loro applicazioni, devono essere valutate in anticipo e in tutta la loro portata da chi le ha ritrovate, e di conseguenza devono essere gelosamente nascoste, sottratte alla pubblicità. La scienza greca non raggiunse un grande sviluppo tecnologico perchè non volle raggiungerlo" [2]
D'altronde, come ci avvertiva già Aristotele, chi non conosce il suo limite tema il destino.


P.s. se avete trovato questo post pesante e deprimente beveteci sù una bella Redbull che...vi mette le ali!!!

[1] Psiche e techne l'uomo nell'età della tecnica - Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli
[2] Dopo Nietzsche - Giorgio Colli - Ed. Adelphi


mercoledì 15 agosto 2012

L'animale

"L'uomo chiese una volta all'animale: perchè non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L'animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire - ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicchè l'uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena"

                                                                                                       Friedrich Nietzsche [1]




"Ma l'animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l'animale che mi porto dentro vuole te"

                                                                                                       Franco Battiato [2]




[1] Considerazioni inattuali -  Friedrich Nietzsche - tratto da "Psiche e Techne - l'uomo nell'età della tecnica"
     Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli
[2] L'animale - Mondi lontanissimi - Franco Battiato

lunedì 16 luglio 2012

Physis kryptesthai philei


Nella prefazione della Critica della ragion pura Kant fa un elogio della scienza moderna che consiste nel fatto che essa ha imparato che bisogna interrogare la natura non come uno scolaretto interroga la maestra, cioè credendo alla cose che gli vengono dette, ma come un giudice che interroga l'imputato, cioè avendo "noi" le nostre domande da porre, avendo "noi" il nostro sistema razionale e mettendolo "noi" alla prova negli esperimenti che vengono dati.
L'intento di Kant è di riuscire a fare in filosofia quello che la rivoluzione copernicana ha significato per la scienza e per tale motivo egli muove la sua indagine non chiedendosi, come si era sempre fatto, come sono fatte le cose in sè stesse ma come devono essere fatte per venire conosciute da noi.
Invece di partire dal mondo bisogna partire dall' "Io che contempla il mondo".
Cento anni prima della stesura della Critica, Newton dava alle stampe Philosophiae Naturalis Principia Mathematica che sarà considerato da molti come la nascita della fisica moderna nel quale l'immenso scienziato britannico trattava in modo sistematico la meccanica attraverso la geometria e la matematica dimostrando, in modo illuminante, quello che asseriva Galileo: "La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto".
Queste tappe, che ho ricordato, dell'immenso cammino fatto dall'uomo per conoscere il mondo e se stesso, sottendono però un movimento che, nello scorrere dei secoli, si è fatto sempre più equivoco e pericoloso.
L'essere umano è diventato un soggetto che ha di contro oggetti, per poter comprendere e domare si è distaccato sempre più dalla natura che è diventata un agglomerato immenso di enti che l'uomo interroga "come un giudice" usando il linguaggio matematico.
Lo straordinario sviluppo e benessere che si sono creati hanno finito per mascherare una Hýbris (tracotanza, eccesso) che la tecnica esercita nelle nostre vite finendo per far coincidere il bene, il giusto con la soddisfazione di un bisogno, di un desiderio, di un'aspettativa.
Eppure, ad inizio dello scorso secolo, proprio nelle scienze si sono avuti smottamenti tali che avrebbero dovuto ridisegnare totalmente la traiettoria umana.
Il principio di indeterminazione di Heisenberg ne è un esempio.
"Se (...) per vedere una particella subatomica occorre illuminarla, e l'illuminazione, cozzando contro la particella, la devia, ciò che si vede non è la posizione della particella, ma la collisione che ne deriva e che non consente di stabilire la posizione della particella prima della collisione del raggio luminoso richiesto per osservarla. In questo modo, la posizione della particella è un inosservabile, perchè osservabile è la collisione della particella con le condizioni dell'osservabilità. A questo punto non si potrà mai dire se le leggi che si stabiliscono per gli osservabili valgono anche per gli inosservabili,e, in generale, se la natura, provocata o chiamata alla presenza dalle tecniche di osservazione, è la natura che si trattiene nel nascondimento dell'inosservabilità."  [1] (U. Galimberti)
In un colpo solo la tracotanza dell'uomo viene definitivamente dissolta.
Le domande, che come giudici, poniamo alla natura, attraverso la tecnica e usando il linguaggio matematico, non faranno altro che stimolare risposte a quel tipo e modo determinato di domanda e null'altro e anche se questo può essere utilizzato in un nuova tecnica per soddisfare un bisogno umano non ci svincolerà dall'obbligo principale che l'uomo ha nei confronti dei suoi simili e del mondo: la responsabilità dell'uso.
A questo punto la netta divisione fra osservatore e osservato non può più essere mantenuta e "col dissolvimento dell'oggettività uomo e natura non si fronteggiano come soggetto e oggetto, ma le possibilità della conoscenza e il senso della natura sono custoditi e condizionati dalla modalità del reciproco disporsi." [1]
Tutto ciò avrebbe dovuto portare a quella rivoluzione che Kant voleva fosse la sua filosofia ma così non è stato.
Siamo ancora imbrigliati in una "gabbia di acciaio", la tecnica sembra saper facogitare e mascherare qualsiasi nuovo modo di porsi dell'uomo nei confronti del mondo e di se stesso.
Bisognerà ancora attendere, in fondo i tempi dei cambiamenti di paradigmi si contano in secoli e millenni quindi anche se sembra passato tanto tempo dalle rivoluzioni di inizio secolo scorso forse siamo solo all'inizio di una nuova era per l'uomo.
Un nuovo tempo che quando arriverà (se arriverà) non farà altro che ricordarsi che, come ammoniva Eraclito:
"La natura ama nascondersi" (Physis kryptesthai philei).




[1] Umberto Galimberti - Il tramonto dell'Occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers - Ed. Feltrinelli




domenica 8 luglio 2012

Attenzione all'asterisco

Venerdì, sul Fatto Quotidiano, è stato pubblicato un articolo dal titolo molto accattivante: "Finanza Tossica".
Mi sono gettato a capofitto nella lettura tralasciando l'asterisco che era accanto al nome dell'autore.
Sono solito, durante la lettura, essere molto attento a questo tipo di simboli (asterischi, numeri) che rimandano a note a piè di pagina ma questa volta mi sono lasciato trarre in inganno dal titolista e ho preferito rimandare alla fine la lettura della nota.
Grave errore!!!!
L'articolo non era niente di eccezionale, anche se ben scritto, era la solita descrizione dei mali della Finanza che, senza offesa, anche mio nipote di 5 anni ormai conosce bene.
La sorpresa era, invece, proprio nella nota, stampata a fine articolo, richamata dall'asterisco, che recitava: "capo economista del Fondo sovrano dell'Oman".
A quel punto non sapevo se ridere o piangere.
Praticamente il Sig. Scacciavillani (autore dell'articolo) è capo economista di uno di quei Fondi sovrani che muovono la Finanza globale dichiarata tossica dal suo stesso articolo.
Per di più, anche gli ingenui sanno bene, questo tipo di Fondi, direttamente controllati dai governi degli Stati, utilizzano la mole impressionante di denaro non solo per investire, semplicemente, in strumenti finanziari, ma attraverso essi, ridefinire i confini dei poteri geopolitici planetari.
Una sorta di nuove armi di guerra per la versione modernissima del più becero imperialismo.
Inoltre la maggior parte di questi Fondi sono creati e controllati da Stati non propriamente famosi per la loro democrazia e libertà (anche se ci sarebbe da discutere tanto sulla democrazia e la libertà dei paesi occidentali) come il caso dell'Oman che è retta dal 1741 da un sultanato.
Non contento, però, con spirito masochistico, sono andato a leggere la biografia del Sig. Scacciavillani sul sito del Fatto.
Praticamente il curriculum di questo signore è  tipico dei tanti "esperti" che inondano di opinioni e di analisi le nostre case attraverso televisioni, giornali e internet.
Credetemi non c'è nessuno di questi signori che non abbia poggiato o continui a poggiare le sue "umane chiappe" su una delle tante "poltrone" dalle quali si decide il destino del mondo e che in pubblico si presenta come il "nuovo" esperto che conosce bene quali sono i mali da combattere e ci aiuta e ci sprona a sconfiggerli seguendo le sue "illuminanti" ricette.
Il sig. Scacciavillani non è da meno.
Le cose che della sua breve autobiografia mi hanno incuriosito, tralasciando il suo passato nel Fondo Monetario, nella Banca centrale europea, nella Goldman Sachs e l'attuale e rispettosissimo incarico nel Fondo Sovrano dell'Oman, sono due.
La prima quando scrive che "più che un cervello in fuga, direi che mi sento una coscienza in esilio".
Da ciò si dedurrebbe che più che essere uno dei tanti italiani andati all'estero per trovare una giusta ricompensa alla loro professionalità che non hanno trovato nel nostro paese lui si sente una coscienza in esilio.
Quindi il problema per noi italiani non è di aver perso un brillante studioso ma una "persona coscienziosa" che avrebbe potuto fare il bene dell'Italia.
Non vorrei sembrare polemico ma, a mio parere, si tratta solo e semplicemente di uno dei tanti "cervelli in fuga" sui quali dovremmo interrogarci per bene, senza falsa ipocrisia, sui vantaggi e gli svantaggi di perdere un certo tipo di studiosi.
L'altra parte dell'autobiografia che mi ha colpito è quando precisa che "ciò che scrivo rispecchia solo le mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l'istituzione per la quale lavoro".
A questo punto, con molta onesta, dobbiano andare al di là della figura di Scacciavillani (mitigando il giudizio negativo che ho di lui) e pensare a tutti noi.
La sua dichiarazione, che d'istinto può fare solo "incazzare", è invece da analizzare con attenzione.
Nel nostro quotidiano tutti noi ricopriamo ruoli e funzioni che ci impongono, a volte apertamente a volte subdolamente, comportamenti molto difformi dalle nostre idee, dai nostri valori, dalle nostre emozioni.
Eppure, cercando di mitigarli in qualche modo, è rarissimo che ci discostiamo dallo standard che ci viene richiesto nel ricoprire un incarico.
Non si tratta di semplice ipocrisia ma, probabilmente, di spirito di conservazione che, soprattutto nelle nostre attuali società iper-specializzate, ci ha portato ad una inconscia scissione fra quello che si pensa e si prova e il nostro agire quotidiano al punto tale che ci vuole un'enorme lavoro su se stessi per impedire che la nostra soggettività svanisca in un mare di funzioni oggettivate.
Quindi, forse, il vero male di queste continue crisi nelle quali viviamo è la scomparsa di una soggettività che potrebbe e dovrebbe, con incredibili difficoltà, riscoprire la strada che ci allontana dal mondo degli "oggetti" e ci riavvicina al mondo naturale dello stare insieme senza scopi o utilità da perseguire.
Una soggettività che non ingloba lo spirito egoistico tipico del nostro mondo ma riscopre l'unico punto essenziale dal quale poter partire per incontrare e sentire l'Altro e dare senso all'esistere: noi stessi.
Un Io non inteso, in senso moderno, come monade chiusa in se stessa ma come unica forma che abbiamo per tentare di partecipare o percepire quell'essere parmenideo o logos eracliteo che abbiamo smarrito millenni fà.
Ma qua il discorso si fa troppo filosofico quindi vi lascio con un semplice consiglio:
"Attenzione all'asterisco!!!!!!!"