lunedì 17 ottobre 2011

15 ottobre 2011

Il romanzo delle stragi

"Io so.
 Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). 
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. 
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. 
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. 
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). 
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 
(…)
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. 
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. (…)
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien meno a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. 
(…)
La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. 
Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso non pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato."

La violenza scatenata nella manifestazione di Roma ha lasciato in tutti noi un grande senso di amarezza e tristezza.
Parlandone in famiglia ho ripensato all'ormai famoso articolo, publicato sul Corriere della Sera il  14 novembre del 1974 col titolo " Che cos'è questo golpe?", di Pier Paolo Pasolini conosciuto come "Il romanzo delle stragi" (del quale ho riproposto un estratto).
Anche se inquadrato in un momento storico particolare, penso che le parole dell'immenso intellettuale vadano ben oltre tale momento.
La storia repubblicana del nostro Paese è costellata di pratiche segrete e occulte che tendevano, con tutti i mezzi possibili, alla conservazione del "Potere" raggruppando sotto tale vessillo organizzazioni e uomini che, formalmente, sarebbero dovuti essere agli antipodi e di come questi violenti accadimenti abbiamo avuto una possibile verità storica, quasi mai processuale, dopo decenni e grazie al lavoro di pochi temerari (giornalisti, magistrati, intellettuali, politici).
Quindi cari giovani, cari anziani, cari lavoratori, cari disoccupati, cari precari, care Forze dell'ordine, non dimenticate mai, in qualunque manifestazione o nell'assolvimento di vostri doveri, le parole di Pasolini e, soprattutto, non dimenticate mai la "particolare" situazione in cui ha vissuto e, credo, viva il nostro Paese.
Forse la mia è una forzatura...forse è un'esagerazione....forse è la solita visione complottista....forse...forse...forse...


Povera patria
(Battiato)
Povera patria!
Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene
quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti,
quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà,
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare
le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà,
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare
che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.

giovedì 13 ottobre 2011

L'ingranaggio

 











L'ingranaggio
(Gaber-Luporini)


Un ingranaggio.
Un ingranaggio.

Un ingranaggio così assurdo e complicato
così perfetto e travolgente.
Un ingranaggio fatto di ruote misteriose
così spietato e massacrante.
Un ingranaggio come un mostro sempre in modo
che macina le cose, che macina la gente
sì, sì anch’io!
Sì, anch’io…
Anch'io devo andare sempre avanti
senza smettere un momento
devo andare sempre avanti
e lavorare, lavorare, lavorare
e continuare a lavorare, lavorare, lavorare
e non fermarsi mai.

E non fermarsi mai
e non fermarsi mai
e avere dentro il senso
che non sei più vivo
e faticare tanto
trovarsi con un vecchio amico
e non saper che dire.
Capire che non ho più tempo
per il riso e il pianto
saperlo e non aver la forza
di ricominciare.

Non è che mi manchi la voglia
o mi manchi il coraggio
è che ormai son dentro
nell'ingranaggio.

Ricordo quelle discussioni
piene di passione
di quando facevamo tardi
dentro a un'osteria.
L'amore, l'arte, la coscienza
la rivoluzione
sicuri di trovar la forza
per andare via.

Non è che mi manchi la voglia
o mi manchi il coraggio
è che ormai son dentro
nell'ingranaggio.

L'ingranaggio.
Questo ingranaggio così assurdo e complicato
così perfetto e travolgente.
Quest'ingranaggio fatto di ruote misteriose
così spietato e massacrante.
Quest'ingranaggio come un mostro sempre in moto
che macina le cose, che macina la gente
sì, anch'io, devo andare sempre avanti,
senza smettere un momento
devo andare sempre avanti
e lavorare, lavorare, lavorare
e continuare a lavorare, lavorare, lavorare
e non fermarsi mai!

E non fermarsi mai
e non fermarsi mai
e ritornare a casa
silenzioso e stanco
senza niente dentro
appena il cenno di un sorriso
senza convinzione.
La solita carezza al figlio
che ti viene incontro
mangiare e poi vedere il film
alla televisione.

Non è che mi manchi la voglia
o mi manchi il coraggio
è che ormai son dentro
nell'ingranaggio…

Sono anni che considero l'opera di Giorgio Gaber il più  pregnante e lucido trattato socio-antropologico dell'Italia dagli anni '60 agli anni '90.
Ascoltando e rivedendo i suoi spettacoli, il suo "Teatro-canzone", nelle sue parole, nella sua mimica, nella sua musica vedi passare dinanzi a te gli uomini che hanno vissuto i tempi che egli racconta.
Ma non si tratta solo di un semplice racconto anzi, attraverso il suo corpo smilzo, la sua faccia che di per sè è una maschera teatrale perfetta, quegli uomini sono stati portati in carne ed ossa sui palchi che Gaber ha calcato.
La sua opera è il tipico esempio di quanto la forma d'arte, qualsiasi essa sia,  può rappresentare nel miglior modo possibile l'esistenza umana.
Questo brano, incluso nell'album del 1972 Dialogo fra un impiegato e un non sò, mi è ritornato in mente rileggendo il saggio dell'economista Georgescu-Roegen L'economia politica come estensione della biologia [1], testo tratto da una conferenza tenuta dall'autore nel 1974 all'Università di Firenze.
Scrive, in apertura, Georgescu-Roegen:
"L'uomo, nella sua continua lotta per comprendere che cosa è e come funziona la natura, ha sempre cercato sostegno in qualche particolare fede epistemologica, qualche particolare dogma scientifico. Una successione di dogmi scientifici ha contrassegnato l'evoluzione del pensiero umano con periodi di mode epistemologiche e continuerà così anche in futuro. In ciascuno di questi periodi, gli scienziati non solo si sono sforzati di accumulare prove a favore del dogma dominante, ma lo hanno anche considerato servilmente come l'unica fonte di fertile ispirazione. Un esempio illuminante di questo culto per i dogmi è dato dalla scienza economica, che è giunta a maturazione proprio nel momento in cui il dogma meccanicistico si trovava al suo apogeo".
 In queste parole è ben chiaro il punto di attacco dal quale Georgescu-Roegen svilupperà la sua Bioeconomia, la netta antitesi con il pensiero economico classico e la sua fede nel meccanicismo e nelle teorizzazioni matematiche che, come ben afferma il prof. Bonaiuti nella prefazione al libro, continua a sopravvivere al giorno d'oggi in virtù degli stretti legami con l'ideologia neoliberista, e il recupero del pensiero biologico coniugato alle straordinarie scoperte in termodinamica.
Cercherò, per quanto mi sia possibile, di chiarire il nucleo della teoria bioeconomica.
Il pensiero di Georgescu-Roegen fu fortemente influenzato, come egli stesso chiaramente ammette nei suoi scritti, da un affermazione di Alfred Marshall secondo il quale il metodo più adatto, per comprendere i processi economici, è "più lontano da quello fisico (meccanico) e più affine a quello biologico", e dall'osservazione di Alfred Lotka secondo la quale gli esseri umani sono sostenuti da due tipi di organi: gli organi endosomatici, di cui essi sono dotati dalla nascita, e gli organi esosomatici, cioè quelli da loro prodotti e utilizzati.
Questi strumenti esosomatici sono soggetti a una legge ereditaria affine a quella di tipo biologico in quanto ogni generazione successiva erediterà la struttura esosomatica della precedente e, inoltre, l'estendersi dell'evoluzione biologica all'evoluzione esosomatica ha dato all'uomo la padronanza della terra.
Ma questa evoluzione esosomatica ha spinto l'uomo a vivere in società sempre più organizzate in quanto la produzione di tali strumenti non poteva essere più gestita dai membri di una piccola comunità (famiglia, clan,tribù) e da ciò, secondo Georgescu-Roegen, nasce anche il fattore di divisione sociale fra controllori e controllati, fra coloro che possiedono tali strumenti e coloro che non ne hanno.
Mi preme qui aggiungere che questa evoluzione esosomatica ha naturalmente una sua ripercussione sulla nostra esistenza ancora più profonda.
Gli oggetti che ci circondano invadono anche la sfera immaginale, emozionale, psichica ridefinendo le  percezioni e le rappresentazioni sia di noi stessi sia dell’Altro (qui inteso in modo estensivo anche come natura e come oggetti e strumenti creati dall’uomo).
E’ essenziale, secondo me, soffermarci su questo.

giovedì 29 settembre 2011

Impressioni di settembre



"E' volato anche settembre!!"
Questa è la frase di esordio che il barista mi ha rivolto mentre aspettavo al banco il solito caffè della mattina.
Da questa frase, nei pochi minuti in cui sono stato lì in sua compagnia, sono partite le solite considerazioni sul tempo che passa e sulla vita che vola.
Eppure dietro a queste solite conversazioni, che sembrano ripetersi all'infinito fra noi uomini, a pensarci bene c'è molto di più.
Noi non gli diamo nessun peso e quel che è peggio non le considerano nemmeno schiere di studiosi, perchè le ritengono quisquilie popolari non degne di studio, ma esse nascondono tutta una serie, allo stesso tempo, di interrogativi e spiegazioni che noi tutti diamo al nostro esistere.
Evitando di inoltrarmi in speculazioni filosofiche o scientifiche, di cui sarei un indegno interprete, ciò che voglio condividere in questo blog è un'impressione, che mi è entrata dentro, riflettendo sul tempo.
Per renderci conto di esso noi non possiamo fare altro che oggettivarlo, misurarlo, fermarlo.
E' impossibile "vivere" in presa diretta il nostro essere nel tempo così solo una festa di compleanno, la fine di una stagione, l'incontro con una persona che non vedevamo da anni, ci fà rendere conto del suo trascorrere.
Inoltre siamo soliti ricordare di un accaduto solo l'inizio, la fine o un suo particolare momento come se tutti gli istanti  che sono trascorsi in esso non avessero legami.
Eppure è proprio l'insieme di questi istanti che si coagula e rende "reale" e "unico" quell'accaduto.
Si ripropone qui, in altra veste, nuovamente "il letto di Procuste" (vedi post del 14/08/11), la riflessione simmeliana su Vita e Forma (v. post del 12/08/11) e l'infinita, e mai risolta, dicotomia tra soggettivo e oggettivo.
Sembra quasi che possiamo dirci contemporaneamente "fuori e dentro il tempo".
Ora vi lascio perchè il "tempo" di questo post è finito...
Ma come può essere "finito" il tempo?
Oh no!!!! Sto ricominciando....
Speriamo che domani il barista mi auguri solo: "Buona giornata!!"

sabato 24 settembre 2011

L'antipolitica

Il termine antipolitica è entrato prepotentemente nel nostro lessico quotidiano.
A volte è usato per affermare una pigrizia, un'assenza o una passività a volte una netta contrapposizione alla sfera politica del nostro essere "società".
In entrambi i casi l'uso che viene fatto è comunque negativo.
Volendo, però, sfuggire ad una semplicistica polemica contro le tante parole, spesso volgari, che le "anime belle" (giornalisti, politici, professionisti della comunicazione, accademici, burocrati) pronunciano quotidianamente, vorrei proporre un percorso che permetta, a mio parere, di sfumare i toni esasperati ed esaltare un'"energia interna" che anima le mille "tribù" rappresentanti di questa vituperata antipolitica, siano essi movimenti, comitati di quartiere, gruppi studenteschi, associazioni ecologiste, ecc..
Il mio intento non è di esprimere un giudizio di valore, al quale sarei istintivamente portato, ma di evidenziare questa "energia interna" aiutandomi con concetti che formano il nucleo centrale del pensiero di Maffesoli.
Inizierei partendo dalla riflessione del sociologo francese sulle diverse libidines (desideri profondi che guidano l'azione umana).
Al predominio della libido dominandi (brama di potere e controllo su noi stessi e sul mondo) e della libido sciendi (energia mirante alla conoscenza), di norma sempre alleate in quanto dominare è conoscere e viceversa, si contrappone la libido sentiendi (energia mirante a sentire, a provare che si alimenta di una prossemia sempre più evidente).
Maffesoli parla di una reviviscenza di un'erotica sociale, un orgiasmo diffuso (libido sentiendi) che, appunto, non può essere concepita da una libido dominandi/sciendi per le quali, in forma parossistica, importa il potere, il politico, il controllo, l'ordine per indirizzare l'uomo a quella società perfetta, versione laica della "Città di Dio" giudaico-cristiana.
Questo connubio fra libido domindandi e sciendi esprime un'energia rivolta ad un futuro prossimo raggiungibile attraverso un altro mito moderno: "il Progresso senza fine" legato a doppio filo ad una crescita economica illimitata.
La sclerotizzazione della forma-istituzione (politico/economica/tecnologica), esplosa con la modernità, innesca, inevitabilmente, un ritorna ad un'energia "ctonica" (terrestre) che si interessa a ciò che si sente, che si prova, che si respira.
Alla società che si è rivolta verso "la Storia da fare" subentrano comunità che consumano energia creando e ricreando una socialità appannata da decenni, se non secoli, di "Progresso" (la gabbia d'acciaio di Max Weber).
Maffessoli scrive:
"Così, nei nostri paesi democratici, ciò che le anime belle chiamano sviluppo dell'antiparlamentarismo (aggiungo io dell'atipolitica), è forse solo una resistenza nei confronti della libido dominandi che anima la vita pubblica, o ancora, una saturazione del gioco politico che è considerato solo in virtù di ciò per cui conserva un interesse: le sue performance teatrali". [1]
Quando la divisione tra il nostro vissuto quotidiano e la politica, che dovrebbe esserne una sua espressione, si rende incolmabile si riattiva il livello profondo della potenza " che deve permettere di superare la pesantezza delle costruzioni economiche e sociali e così facendo di ristrutturare una nuova totalità che lo Stato razionalizzatore, o ogni altra istituzionalizzazione, aveva troppo irrigidito" [2]
"E' questa opposizione fra il potere estrinseco e la potenza intrinseca su cui bisogna riflettere (...) cosa che ci obbliga a configurare la saturazione del potere (del politico) nella sua funzione proiettiva e l'emergere di quella potenza che muove in profondità la molteplicità delle comunità sparse, frammentate (...) da parte mia, vi vedo una struttura antropologica che, attraverso il silenzio, l'astuzia, la lotta, la passività, l'umore o la derisione, sa resistere con efficacia alle ideologie, agli insegnamenti, alle pretese di coloro che intendono dominare o fare la felicità del popolo" [3]
Si badi bene che, in questo mio argomentare, il fine, lo scopo, l'oggetto per il quale ci si riunisce in comunità, anche se dall'esterno sembra essere essenziale, ha un'importanza secondaria (sia esso la lotta per la salvaguardia della sopravvivenza delle balene, la petizione per l'illuminazione di una strada pubblica, la raccolta firme per un referendum).
Quello che mi preme evidenziare è un sentire comune, un'"energia intena", un "divino sociale" (Durkheim), un appartenenza alla "comunità di destino" (Morin), un vitalismo che cozza contro una statica, una ragione astratta, un "potere istituito" che vive e si alimenta solo di se stesso.
Assistiamo, così, alla sostituzione di un sociale razionalizzato con una socialità a dominante empatica.(Maffesoli)
Il disordine che sembra invadere le nostre strade è anch'esso una risposta ad un ordine che ormai opprime non armonizzando più un sociale che per sua natura è dinamico.
"In ciascuno di noi, e quindi nella società, c'è una dimensione maledetta, una parte di male che deve essere in qualche modo gestita. Nell'idea del potere c'è anche la cinica condivisione di questa dimensione malefica. La politica infatti ha la funzione di assorbire, gestire ed eventualmente ridistribuire il male presente nella realtà. Oggi però il potere pretende di incarnare solamente il bene. Vuole essere buono e morale. Si presenta come una potenza del bene che impone il suo ordine dappertutto (...) ma così facendo, procede per espulsione, escludendo qualsiasi elemento esterno che rischia di rimmetterlo in discussione (...) il mondo naturale scompare" (Baudrillard)
Nelle assemblee, nella roccalta firme, nelle manifestazioni, nei gruppi che si formano sui social-netwok possiamo, inoltre, vedere il ritorno del "rito".
Il "rituale" che, come ormai è stato evidenziato da  schiere di antropologi e sociologi, non è finalizzato, nel senso di orientato verso uno scopo, ma ripetitivo e rassicurante permette alla comunità di ricordare il suo essere "corpo" esaurendo e rigenerando un'energia che unisce.
Quindi, per concludere, in questo nostro difficile tempo, dobbiamo, a mio parere, cercare di essere attenti e ricettivi agli umori, ai sapori, a quello che si sente nell'aria, ai sentimenti, barbarici o angelici che siano, abbandonando facili moralismi e razionalizzazioni ai quali il pensiero occidentale è da sempre incline.


[1] [3] Il tempo delle tribù - Maffesoli - Ed. Guerini studio
[2] Estratti tratti da Un mondo a spirale - Fabio D'Andrea - Ed. Bevivino editore

mercoledì 14 settembre 2011

L'ovvio e Procuste

Noi tutti, inconsapevolmente, siamo immersi nell'ovvio.
Nel nostro vivere quotidiano i gesti, le parole, gli oggetti, i valori, i significati, le azioni sono per noi istantaneamente decodificabili.
Se vedo una sedia non penso ad altro che ad essa. Sarei folle se mi mettessi a studiarla per cercare di capire cosa sia.
E' semplicemente una sedia!!!!
Eppure questo passaggio, che appunto è per noi "ovvio", nella realtà non lo è.
Il nostro stare nel mondo, inevitabilmente, deriva da una visione di esso. Visione che è condivisa con miliardi di essere come noi e che ci permette, appunto, di vivere quindi questa "visione del mondo"(Weltanschauung) o sapere condiviso ci permette di mettere in forma il mondo stesso e di conoscerlo.
Un mito greco ci aiuta ad esaltare questo pensiero dal quale derivano tantissimi altri sentieri che cercherò di battere in seguito.
Procuste, nella versione riportata da Karl Kerényi, si trovava sul monte Coridallo, sul quale conduceva la via Sacra che da Eleusi andava ad Atene.
Egli era nominato "il tenditore" e possedeva un letto sul quale faceva stende gli ignari viandati e poichè il letto era sempre troppo grande egli doveva stirare colui che vi giaceva.
Si affermò più tardi che egli possedesse due letti uno grande e uno piccolo e obbligasse i viandanti più piccoli a stendersi sul letto grande e viceversa per torturarli mostrusuosamente.
Fu sconfitto da Teseo che lo fece stendere nel suo stesso letto e lo uccise nella stessa maniera con la quale uccideva i passanti liberando la via Sacra da tutti i pericoli mortali.
Il letto di Procuste rappresenta simbolicamnete la nosta visione del mondo.
Come "il tenditore" noi inglobiamo la realtà nel nostro letto, stirandola quando è troppo piccola o amputandola quando straripa, per poterla contenere in noi stessi.
Non è un atto barbarico. La nostra conoscenza non può fare altrimenti pena l'impensabile incapacità di esistere dell'uomo.
Questo può apparire limitante ma comprendendone l'essenzialità ci può aiutare a considerare in una nuova luce tutti i nostri istintivi timori di fronte al nuovo, al diverso, al non "ovvio" e magari spingerci ad una maggiore, se mai complicatissima, tolleranza.
Inoltre Teseo sconfigge Procuste con la stessa sua arma e questo ci porta a considerare come le stesse visioni del mondo o paradigmi non siano eterni ma modificabili nel tempo e come non esista una conoscenza perfetta e unica.
Un ultimo aspetto che mi preme sottolineare è come nel mito Procuste si trovi sulla strada che da Eleusi porta ad Atene.
I misteri eleusini sono la più alta manifestazione religiosa dell'antica Grecia, riti iniziatici avvolti da un grande interesse per gli studiosi.
Il fatto, quindi, che Procuste e il suo letto siano a metà strada fra questi luoghi religiosi e Atene in chiave simbolica può spingere la nostra riflessione, come invita il prof. D'Andrea, a intravedere un ostacolo o un occlusione fra la sfera mistico-religiosa e la sfera politico-civile quasi a dimostrare il nostro inevitabile bisogno di un letto di Procuste per il nostro vivere insieme e come lo stesso letto ci limiti a qualsiasi ulteriore possibilità di trascendenza.

(Per approfondimenti si ascolti il file audio della lezione del Prof. D'Andrea di Sociologia Generale del 30/09/2010 sul sito Sociologica.it)